Il Piano Nazionale Industria 4.0, come nasce la fabbrica del futuro

La quarta rivoluzione industriale in Italia trova una sponda nel Governo che vara, all’interno della legge di Stabilità 2017, una serie di misure orientate a supportare e indirizzare l’industria verso la digitalizzazione per ottenere una modernizzazione divenuta ormai condizione necessaria per lo sviluppo della produttività e della competitività a livello internazionale.
Il Piano Nazionale Industria 4.0, presentato il 21 settembre 2016 a Milano al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, dal docente del Manufacturing Group del Politecnico di Milano Marco Taisch e dal Presidente di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, Gianfelice Rocca, si estende negli anni 2017-2020 e si articola su alcuni pilastri che vanno dagli incentivi fiscali relativi agli investimenti in tecnologie abilitanti, al supporto e sviluppo alla ricerca, fino all’istruzione finalizzata alla creazione di competenze adeguate sia di livello universitario sia di istituti professionali per accompagnare e gestire la digitalizzazione nelle aziende.

 

La via italiana all’industria del futuro

 
Durante la giornata La via italiana al manifatturiero del futuro, evento organizzato del Cluster tecnologico Nazionale Fabbrica Intelligente ai primi di ottobre presso Fieramilano Rho, Stefano
Firpo, Direttore Generale per la politica industriale, la competitività e le Pmi, Ministero dello Sviluppo Economico, ha illustrato alla platea i punti salienti del piano del Governo che lui stesso ha contribuito a sviluppare, partendo dalle tecnologie abilitanti che consentono di trasformare l’azienda in un’Industria 4.0, e per l’acquisizione delle quali il Governo prevede fondi consistenti per l’ammortamento.
“Le tecnologie abilitanti individuate sono un insieme piuttosto articolato di tecnologie. Non ce n’è una che prevale sull’altra, bisogna riuscire a mixarle”, ha esordito Firpo. “L’Italia è un po’ indietro proprio sull’applicazione di queste tecnologie; ha delle grandi realtà che le producono, ma il sistema Paese ha un po’ più di difficoltà a integrarle, a pensare modelli di business e processi, catene di fornitura e subfornitura, rapporti di filiera utilizzando l’integrazione di queste tecnologie. Oggi è tutto disponibile, si tratta anche di tecnologie abbastanza mature, per cui la vera sfida è muoversi verso la loro integrazione”.
Firpo ha poi tenuto a sottolineare che l’argomento della fabbrica intelligente è un tema olistico che riguarda non solo le catene di produzione, ma anche l’integrazione dalla supply chain, la logistica, il rapporto con il cliente, la customizazione del prodotto, la qualità; riguarda l’utilizzo dei dati “che è un grande fattore in produzione”, riguarda la tecnologia, l’intelligenza, la digitalizzazione al servizio anche di nuovi modelli di business, più sostenibili pure in un’ottica di economia circolare.
Certamente una tale quantità di innovazione da introdurre in azienda e il cambiamento conseguente può spaventare, ma non necessariamente il cambiamento deve essere totale, “si può fare ‘a lego’, cioè si può partire da un pezzo e poi aggiungerne un altro e così via, non bisogna fin da subito ripensare i processi produttivi, i rapporti con i clienti e tra clienti e fornitori, non tutto subito in ottica 4.0”, ha chiarito. “È un processo scalabile, che può andare per gradi, si può iniziare da piccole cose per poi crescere. Inoltre si tratta di un progetto che non riguarda solo il manifatturiero, ma più in generale la servitizzazione del manifatturiero e i servizi legati alla manifattura”.
La nuova iniziativa del Governo si inserisce in un quadro che vede il nostro indice di produttività in calo da diversi anni. “Oggi la produttività ‘batte in testa’ perché negli ultimi anni si è avuto un calo profondo degli investimenti (investiamo meno della metà della Germania), un calo di quantità, ma anche di qualità degli investimenti perché molti sono stati fatti in aree che non hanno un grande ritorno economico”, ha sottolineato Firpo. E sul tema degli investimenti in innovazione il mondo si sta muovendo, non solo la Germania con il suo Industrie 4.0, ma anche gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia e la Cina, e ora finalmente l’Italia.
“Certamente abbiamo anche un problema di dimensione di impresa”, ha aggiunto Firpo. “La grande e la media azienda italiana sono uscite rafforzate dalla crisi, la piccola impresa se è internazionalizzata e ha puntato sull’innovazione ha tenuto, dove ciò non è avvenuto sta soffrendo anche in maniera importante. E il rischio è che questo solco si allarghi”.
“Molti settori del nostro Paese hanno subito una deindustrializzazione e crediamo che questo fenomeno sia stato determinato dal fatto che per un lungo periodo non si è investito in un upgrade tecnologico, ma le misure del piano vanno a favorire proprio questo”.

 

I pilastri del piano

 
Il Piano Nazionale Industria 4.0 si basa su alcuni punti fondamentali. Il primo è rilancio degli investimenti, in particolare gli investimenti innovativi a maggiore contenuto tecnologico e indirizzati alle tecnologie abilitanti della rivoluzione 4.0. “Abbiamo lavorato a un potenziamento del super ammortamento su alcuni beni particolarmente abilitanti”.
Determinante è anche l’investimento sul piano della ricerca e sviluppo e della proprietà intellettuale, “perché pensiamo che i beni immateriali siano un tema che diventerà sempre più importante. Dati, know how e algoritmi diventeranno il fondamento del valore aziendale su cui basare il business”, ha sottolineato Firpo.
Un altro punto importante, come ha voluto rimarcare anche il Ministero, è lo scambio salario-produttività: “Buona parte dei guadagni di produttività devono costituire un recipiente su cui fare una politica di redistribuzione”.
Un altro pilastro è quello delle infrastrutture. “Stiamo ancora combattendo per dare al Paese una connessione a 100 mega”, sottolinea; “siamo ancora indietro nelle cosiddette aree grigie (dove più o meno risiede il 70% delle imprese italiane). Per cui bisogna accelerare il piano della banda larga”.
Il piano affronta anche il tema degli standard di interoperabilità per rafforzare la nostra presenza nei comitati internazionali dove si definiscono gli standard.
Determinante il tema delle competenze e della cultura dell’innovazione. “Su questo fronte siamo assolutamente indietro, rischiamo di non avere sufficienti persone una volta avviati i processi di digitalizzazione”, ha precisato Firpo. Le stime parlano, infatti di circa 2-300mila persone necessarie a far funzionare questo cambiamento. Per questa ragione oltre alla formazione manageriale universitaria in ambito tecnologico il piano prevede il potenziamento degli ITS per la formazione terziaria professionalizzante. Ma prevede anche un piano per diffondere la cultura dell’Industria 4.0.
Anche la ricerca è tra i pilastri del Piano del Governo poiché “il nostro Paese è in grande ritardo:
non abbiamo centri fisici all’interno dei quali le imprese possano trovare soluzioni operative sulle quali sperimentare la trasformazione digitale, e su questo stiamo lavorando”.
Infine il piano prevede una “Cabina di regia” per dare una guida a questo processo di cambiamento, al suo interno ci sono il Governo, i principali operatori universitari in campo della tecnologia, i centri di ricerca, il CDP, le associazioni imprenditoriali e sindacali.
“Il lavoro è enorme”, ha concluso Firpo, “il Paese deve recuperare un ritardo molto significativo su questo fronte. Bisognerà dare al più presto execution al piano e la cabina di regia farà un check up ogni sei mesi sui passaggi e la realizzazione del Piano. Gli ingredienti ci sono tutti, la stesura del progetto ha visto il coinvolgimento di vari stakeholder e attraverso questi strumenti orizzontali che gli imprenditori possono utilizzare contiamo che si possa realmente smuovere il Paese sul fronte degli investimenti e della trasformazione digitale”.

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