Adriano Olivetti e la concretezza del possibile

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Linee essenziali di una proposta di civile imprenditorialità

L’esperienza dell’azienda Olivetti –fondata da Camillo Olivetti nel 1908 e poi portata alla maturità dal figlio Adriano, che nel 1938, a trentasette anni, ne diviene presidente e ne resta ai vertici fino alla morte improvvisa nel 1960– costituisce una delle più interessanti vicende imprenditoriali, a livello mondiale, per quanto riguarda l’applicazione dei principi di economia civile all’agire d’impresa. L’Olivetti di Adriano, che nulla ebbe, nonostante la vulgata, dell’irrealistica e velleitaria utopia, testimonia al contrario la concreta possibilità, oggi più che mai attuale, di un’economia capace di far convivere esigenze produttive, benessere materiale e pienezza umana.

A cura di:
Alberto Peretti

Il movente del lavoro

Elemento peculiare dell’esperienza Olivetti è innanzitutto l’aver prodotto un ampliamento del movente del lavoro. Adriano Olivetti osa porsi la domanda decisiva, che non è ‘quanto vale il lavoro?’, ma ‘che cosa vale?’. La sua risposta, altrettanto coraggiosa, è: tradurre in progresso civile i risultati del processo produttivo. In altre parole rendere fertile il rapporto del lavoro e del capitale con l’interezza dell’essere umano. Adriano comprende perfettamente che “il lavoro è tormento dello spirito quando non serve un nobile scopo”. Nell’impresa olivettiana il fine del lavoro non è più costretto dal tornaconto, ma si amplia diventando occasione di avvaloramento del mondo.
Adriano è lontanissimo dalla prospettiva del mecenatismo e della filantropia propria ad esempio di un Andrew Carnegie. Olivetti ragiona infatti di un lavoro e di un agire d’impresa inscritti in un progetto di ‘nuova e autentica civiltà indirizzata a una più libera, felice, consapevole esplicazione della persona umana’ (Olivetti 2001, p. 102). Una prospettiva di civiltà da realizzarsi con e, soprattutto, nel lavoro e che nel pensiero di Adriano rappresenta il telos dell’impresa. Scrive: ‘Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? […] La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare’ (Olivetti 2001, p 99).
Secondo la concezione di Olivetti il fine dell’impresa è ‘irriducibile’ al puro profitto. L’impresa nasce per responsabilmente allargare il suo sguardo sul mondo e si sviluppa per poter ridistribuire gran parte dei profitti facendoli ritornare alla comunità circostante. E ciò non solo attraverso il semplice aumento dei salari, ma promuovendo in tutti i suoi aspetti, sia materiali che spirituali, l’armonico sviluppo dell’essere umano. Per Adriano la fabbrica esiste innanzitutto per creare e diffondere, al proprio interno e nella realtà circostante, una sempre maggiore qualità di vita, qualità che egli articola in valori scientifici, etici, estetici, economici.

L’etica d’impresa

Olivetti rifiuta decisamente l’idea di impresa ridotta a ‘merce’ e abbraccia la concezione dell’impresa come ‘comunità di intenti’. Chiariamo i termini della questione.

1. Impresa come ‘merce’. Impresa intesa come insieme di contratti che a seconda della convenienza del momento vengono siglati da una pluralità di soggetti, ognuno alla ricerca delmassimo guadagno individuale. Impresa come strumento di esclusiva e assoluta proprietà privata, che mira alla produzione di beni e servizi solo in funzione della massimizzazione del profitto.

2. Impresa come ‘comunità di intenti e interessi’. Impresa come ‘espressione del vivere’ cui prendono parte soggetti diversi (lavoratori, investitori, clienti, territorio, fornitori) ciascuno portatore di particolari interessi, che però cooperano per conseguire una serie di obiettivi comuni che vanno ben oltre i loro interessi individuali. Impresa concepita come entità storico sociale in costante relazione con l’ambiente fisico, sociale e culturale che la circonda, verso cui assume responsabilità molto al di là del conseguimento del profitto.

È qui che il messaggio di Adriano Olivetti si rivela nella sua rivoluzionaria modernità. Alla base del suo progetto imprenditoriale vi è infatti la volontà di “rendere la fabbrica e l’ambiente circostante economicamente solidali (Olivetti 1952, p. 11). Ci troviamo semplicemente di fronte a ciò che oggi chiameremmo responsabilità sociale d’impresa? Non esattamente. Secondo Olivetti, e qui sta il punto, la carica etica non rappresenta un elemento che s’inquadra all’interno di una strategia produttiva o in un discorso d’immagine, piuttosto è ciò che giustifica l’esistenza stessa dell’impresa. Consapevole che la fabbrica non è “un puro organismo economico, ma un organismo sociale che condiziona la vita di chi contribuisce alla sua efficienza e al suo sviluppo” (Olivetti 1970, p. 28), Adriano affronta radicalmente il problema del rapporto tra l’uomo, il lavoro e l’industria. In tal senso vanno intese le celebri iniziative di “stato sociale” offerte ai dipendenti (abitazioni, asili, colonie, servizi medici, trasporti, servizi culturali e così via). Non alla stregua di fattori strumentalmente progettati per rendere più produttiva la manodopera. Piuttosto espressioni tangibili della vocazione dell’azienda a superare l’autismo imprenditoriale, a esistere in stretta relazione con il mondo, quindi non solo in funzione di se stessa, ma per avvalorare la vita di tutti coloro che a vario titolo con essa entrano in relazione.
Da tutto ciò deriva il carattere partecipativo dell’agire d’impresa di Adriano. Il tentativo di “creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo” (Olivetti 2001, p.99) –entrambi da lui giudicati inadatti a rispondere adeguatamente alle grandi questioni sociali– fa sì che il capitalismo, evitati i rischi dello sfruttamento sociale e dell’egoismo presenti nelle logiche di mercato, venga inteso come funzionale alla creazione e alla diffusione del ben essere dentro e fuori la fabbrica; del socialismo, concepito in stretto rapporto con il pensiero cristiano e il dettato evangelico, viene invece da lui sottolineato il carattere solidaristico.

L’impresa e la Comunità

È all’interno di tale prospettiva che viene a delinearsi la concezione-progetto della Comunità concreta. Anticipando, con tutt’altra profondità di pensiero, l’attuale dibattito sulle diverse forme possibili di federalismo, Adriano elabora un originale concetto di Comunità, che ispira la nascita del ‘Movimento Comunità’ fondato nel 1947, le ‘Edizioni di Comunità’ e la rivista ‘Comunità’, attraverso cui avvia un intenso e innovativo programma editoriale.
Possiamo qui solo ricordare quegli elementi propri del concetto olivettiano di Comunità che maggiormente possono riguardare la prospettiva dell’impresa civile. La Comunità è da lui intesa come unità organica economica, amministrativa e politica, animata da un contenuto sociale e da un fine morale e spirituale. Costituisce la dimensione entro cui l’agire economico può, concretamente, porsi l’obiettivo di favorire la complementarietà e l’armonica integrazione delle espressioni della vita umana. È quindi innanzitutto un ambiente, geograficamente delimitato e socialmente connotato, “entro il quale i luoghi di lavoro, della vita familiare, della fruizione artistica, della tecnica, [possono essere] momenti distinti, ma complementari, ciascuno essendo fonte di ricchezza materiale e spirituale per l’altro” (Gallino 2001, p. 148). Olivetti dà concretezza alla teoria sociale denominata community development, che muove mossa dall’idea di unificare nell’ambito del fare produttivo attività volte sia allo sviluppo economico che alla crescita culturale, sociale, urbanistica del territorio. Olivetti è animato da una concezione organica della società, che implica la necessità di uno sviluppo armonico, cioè ordinato e coordinato. Tale idea è alla base del suo impegno per la stesura di piani territoriali e urbanistici, come il Piano regolatore della Valle d’Aosta nel 1937 o il Piano regolatore di Ivrea. La convinzione che lo anima è quella della necessaria “simbiosi” tra l’industria, il territorio e la comunità locale, all’interno di una concezione di reciprocità e di complementarietà.
Adriano ha vivissimo il senso del radicamento responsabile dell’impresa. Nonostante l’Olivetti nella seconda metà degli anni ’50 anticipi l’impresa globalizzata (conta 18 stabilimenti e filiali in tutto il globo), Adriano rimane sempre fedele a una visione di società “umana, solidarista, personalista” (Gallino 2001, p. 141). Abissale la sua distanza dalla prospettiva dell’impresa predatoria impegnata a sfruttare le risorse locali senza restituire in ricchezza e bellezza. Adriano si sforza sempre e ovunque di radicare la fabbrica sul territorio di riferimento, al fine di farlo crescere materialmente, culturalmente, esteticamente (esemplare è la costruzione dello straordinario stabilimento di Pozzuoli inaugurato nel 1955 sulla base di un progetto rispettoso dell’identità e dello spirito del luogo). L’Olivetti di Adriano si caratterizza quindi come fabbrica solidale con forti interessi sociali, che interviene non solo creando e ridistribuendo ricchezza, ma contribuendo a generare sul proprio territorio di riferimento altre cellule creatrici di ricchezza, materiale e morale.

L’impresa e la persona

Più di tutto la Comunità è per Adriano cellula di perduta armonia, in cui cercare l’“armonico equilibrio tra i valori materiali e quelli spirituali” (Olivetti 2001, p. 16), in cui, all’interno di una serie di rapporti retti da concretezza, visibilità e tangibilità, la persona possa manifestarsi come tale. Il concetto di “persona” è lo snodo centrale del progetto di imprenditoria civile di Adriano.
Uomo di profonda sensibilità religiosa, a partire dal pensiero di Maritain, Mounier, de Rougemont, Saint-Exupéry si fa portatore di un’appassionato e appassionante tentativo di applicare alle dinamiche economiche il concetto di “persona”, in opposizione a quello di “individuo”. Come scrive, “la Persona nasce da una vocazione, dalla consapevolezza cioè del compito che ogni uomo ha nella società terrena, e che come tale essa si traduce in un arricchimento dei valori morali dell’individuo. In virtù di ciò, la Persona ha profondo il senso, e quindi il rispetto, sostanzialmente e intimamente cristiani, della dignità altrui, sente profondamente i legami che l’uniscono alla Comunità cui appartiene, ha vivissima la coscienza di un dovere sociale; essa in sostanza possiede un principio interiore spirituale che crea e sostiene la sua vocazione indirizzandola verso un fine superiore” (Olivetti 1970, p. 19). Parole che riassumono perfettamente il suo impegno di uomo e di imprenditore.

Impresa e coscienza produttiva

Non si può comprendere il pensiero e l’esperienza olivettiana se sfugge il suo aspetto più essenziale e rivoluzionario: per Adriano l’agire economico d’impresa si inscrive in un più vasto progetto di carattere spirituale. Valerio Ochetto ha così sintetizzato quella che costituì una delle più profonde convinzioni di Adriano: “Anche le costruzioni più razionali non possono sopravvivere senza un impegno in qualche modo trascendente” (Ochetto 1985. p. 310). Occorre ribadire che le forze materiali non sono mai intese da Olivetti come fini a se stesse, ma sempre come strumento al servizio di mete spirituali. Per Adriano, l’economia, la produzione e il conseguente profitto non possono autogiustificarsi, ma trovano senso a patto di costituire mezzi di elevazione spirituale.
L’impresa può vivere e crescere solo attraverso il proprio trascendimento spirituale che, indotto da una costante tensione re-ligiosa, indirizza l’agire imprenditoriale e ne traccia gli orizzonti. La fabbrica viene esplicitamente posta da Adriano al servizio della verità, della giustizia, della bellezza, dell’amore. Verità intesa come libertà di ricerca e di progresso scientifico; giustizia, concepita come equa ridistribuzione a chi lavora della ricchezza da lui prodotta; bellezza, espressione visibile della raggiunta armonia tra esigenze materiali e spirituali; amore, rivolto all’essere umano, “[alla] sua fiamma divina, [alla] sua possibilità di elevazione e di riscatto” (Olivetti 2001, p. 28).
All’interno di questa visione del lavoro di fabbrica, Adriano arricchisce di senso gli elementi che compongono l’agire d’impresa. La ricerca scientifica, ad esempio, viene intesa come un’autentica forza spirituale, che si inserisce come gradino intermedio in vista di una più matura coscienza industriale. Di tale coscienza produttiva e lavorativa Olivetti identifica cinque gradi:

  1. 1.  Idea di conseguire il profitto;
  2. 2.  Coscienza di soddisfare nel miglior modo possibile alle esigenze del consumo;
  3. 3.  Fabbrica considerata come un laboratorio di scienza applicata;
  4. 4.  L’industria considerata come un contributo diretto o indiretto ad un miglior livello di vita;
  5. Integrazione di 2, 3, 4, limitando l’esigenza 1 al necessario e sufficiente equilibrio economico (vedi Olivetti 1952, pp. 64-65).

Anche senza considerare che l’impresa olivettiana venne pensata come espressione e concreta realizzazione del punto e, basterebbe la concezione della ricerca scientifica come momento dotato di carica spirituale attraverso cui l’impresa contribuisce all’inveramento del bene, al trionfo dello spirito di verità in vista di una vita più degna e più giusta, per segnare la distanza abissale tra la figura di Adriano Olivetti e i tanti odierni micropsichici che della ricerca fanno una semplice ‘voce di costo’.

L’‘olivetticidio’

Nel formulare un giudizio sull’opera di Adriano non deve ingannare il triste declino dell’azienda dopo la sua morte. Che ben poco ha a che vedere con le sue scelte e il suo rivoluzionario progetto. Determinato piuttosto da discutibilissime scelte imprenditoriali e finanziarie, l’“olivetticidio” inizia già subito dopo la sua morte. Si può sintetizzare in una formula: nella dialettica tra fini e mezzi dell’agire d’impresa, il rapporto tra essi instaurato da Adriano (capitale e forze materiali rivolti a mete spirituali) viene da coloro che gli succedono progressivamente rovesciato e i mezzi finiscono per asservire i fini, fino a trasformarsi essi stessi in fini.
Come si può invece intuire da queste poche note è, quella dell’Olivetti di Adriano, un’esperienza che a distanza di oltre cinquant’anni dal suo prodursi, mantiene, a dispetto e nonostante il diffuso cinismo economicistico, del tutto intatto il suo fascino e la sua assoluta modernità. Che, anzi, cresce di anno in anno a fronte dell’impasse in cui si trova un pensiero economico e imprenditoriale incapace di raccogliere e proseguire quanto pensato e realizzato da Adriano: non più l’uomo adattato alla produzione, ma la produzione adattata alla complessità e alla dignità della vita umana.

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