Ecocompatibilità: metodi e strumenti per uno sviluppo e una gestione sostenibile

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Negli ultimi decenni, il problema dell’inquinamento ambientale si è aggravato; parallelamente, la sensibilità ecologica dei consumatori è cresciuta, tanto che oggi possiamo identificare con il nome di green customer
quella frazione di clienti che ritengono fondamentali le variabili ambientali nella scelta dei propri acquisti.
Conseguenza di questa situazione è la crescente diffusione delle iniziative di politica ambientale e la parallela rilevanza che va assumendo nel mercato il concetto di ‘sviluppo sostenibile’, ossia lo sviluppo controllato in grado di garantire un’adeguata qualità della vita e il rispetto per le generazioni future. Le imprese si trovano così ad affrontare difficoltà crescenti, dovendosi adeguare a una legislazione in evoluzione, spesso incompleta e mal coordinata, a livello nazionale e internazionale. Per questo, è necessario un approccio proattivo nella gestione delle problematiche ecologiche, che individui le soluzioni strategiche e operative più adatte.
L’ambiente va concepito non solo come un vincolo, ma anche come un’opportunità, un fattore attraverso cui acquisire quote di mercato. In questo contesto, l’articolo vuole essere una sorta di resoconto delle opzioni attualmente disponibili per gestire la problematica ambientale. L’analisi condotta considera la compatibilità ambientale sia dal punto di vista delle dimensioni interne dell’impresa (le diverse funzioni aziendali coinvolte), sia dal punto esterno (il mercato). Vengono poi presentate le diverse metodologie e gli strumenti disponibili per le imprese che intendono affrontare il ‘discorso ecocompatibilità’. Particolare spazio è dedicato alle modalità di comunicazione dell’impegno ambientale e ai sistemi di gestione ambientali correlati.

A cura di:
Sergio Terzi, Università degli Studi di Bergamo, Dipartimento di Ingegneria Industriale

Aspetti legislativi

In Italia, prima del recepimento delle normative europee,i rifiuti elettrici ed elettronici erano soggetti al D.lgs n. 22 del 5/02/97 (noto anche come Decreto Ronchi), il cui scopo era disciplinare la gestione dei rifiuti, dei rifiuti pericolosi, degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggi. L’importanza del Decreto Ronchi risiedeva innanzitutto nell’attenzione che pone sulla“responsabilizzazione e cooperazione di tutti i soggetti coinvolti” (art. 2) nel corso dell’intero ciclo di vita del prodotto e, in secondo luogo, nell’introduzione del concetto di bene durevole (art. 44, es. televisori, pc, condizionatori, ecc.). Con il Decreto Ronchi si mirò a sensibilizzare maggiormente i produttori sui rischi ambientali connessi alle proprie attività e a sottolineare l’importanza di un adeguato smaltimento dei beni composti da una pluralità di materiali e componenti, alcuni dei quali potenzialmente dannosi per l’ambiente. Si posero quindi le prime basi per lo sviluppo di un oculato sistema nazionale di riutilizzo-riciclaggio. Nel recente passato (gennaio 2003) la Comunità europea ha emanato due direttive specificamente focalizzate alla regolamentazione dello smaltimento ecologicamente corretto dei rifiuti di apparecchi elettrici:

• La Direttiva 2002/95/CE RoHS – Restriction on Hazardous Substances, avente lo scopo di limitare l’uso di sostanze pericolose in apparecchiature elettriche ed elettroniche e di contribuire alla protezione della salute, al recupero e alla sistemazione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche nel rispetto dell’ambiente;

• La Direttiva 2002/96/CE WEEE – Waste of Electrical and Electronic Equipment, avente lo scopo di prevenire lo spreco di apparecchiature elettriche ed elettroniche e di favorirne il riutilizzo, il riciclaggio e altre forme di recupero in modo da ridurne lo smaltimento (questa direttiva è stata modificata in data 8 dicembre 2003 dall’entrata in vigore della Direttiva 2003/108/CE). L’adozione di tali direttive è stata imposta dalla crescente preoccupazione maturata nella Comunità a riguardo del rapido aumento e della pericolosità dei  rifiuti elettronici (6 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, con un tasso di crescita pari almeno al 4% annuo), oltre il 90% dei quali finisce in discarica senza alcun adeguato trattamento di eliminazione delle sostanze pericolose. Le Direttive RoHS e WEEE mostrano come la tendenza del legislatore europeo sia sempre più orientata al perseguimento in tema ambientale degli obiettivi della cosiddetta Integrated Product Policy (IPP):

Considerazione del ciclo di vita (life-cycle thinking)dei prodotti. L’IPP valuta l’intero ciclo di vita (cdv) di un prodotto e mira a ridurre l’impatto ambientale complessivo, cercando nel contempo di evitare che le iniziative incentrate su singole fasi del cdv si limitino semplicemente a trasferire il carico ambientale su altre. Considerando l’intero cdv di un prodotto in modo integrato, l’IPP promuove la coerenza complessiva degli interventi, incoraggiando l’adozione di misure destinate a ridurre l’impatto sull’ambiente nelle fasi del cdv in cui possono risultare più efficaci e meno costose per le imprese e per la società;

Collaborazione con il mercato. L’IPP prevede l’introduzione di incentivi per orientare il mercato verso soluzioni più sostenibili, incoraggiando la domanda e l’offerta di prodotti più ecologici e premiando le imprese innovative, all’avanguardia e impegnate a promuovere lo sviluppo sostenibile;

Coinvolgimento delle parti interessate. Per l’approccio IPP, tutti coloro i quali entrano in contatto con il prodotto o il servizio possono essere responsabili di parte degli impatti ambientali collegati al prodotto stesso. L’industria può studiare il modo per integrare più efficacemente le considerazioni ambientali nella progettazione dei prodotti, mentre i consumatori possono valutare come scegliere i prodotti più ecologici al momento dell’acquisto. Ognuno è responsabile dello smaltimento a fine vita. Le istituzioni pubbliche, sia a livello nazionale sia locale, possono stabilire il quadro giuridico ed economico di base e intervenire direttamente sul mercato tramite la loro politica di acquisto di prodotti ‘verdi’;

Miglioramento continuo. L’IPP mira a un miglioramento continuo, anziché fissare una soglia precisa da raggiungere. La politica incoraggia le imprese a ricercare continuamente dei miglioramenti, piuttosto che apportare una singola modifica rispondente a un requisito di mercato;

Molteplicità degli strumenti di azione. L’IPP include una molteplicità di strumenti, sia volontari sia normativi. Strumenti di azione possono essere misure quali gli strumenti economici, gli accordi volontari, le etichette ecologiche.

Metodologie per l’ecocompatibilità dei prodotti

Oggigiorno, le imprese dispongono di diverse metodologie e strumenti per gestire la compatibilità dei propri prodotti e attività. Tra le metodologie utilizzate dalle imprese per migliorare l’ecocompatibilità, ne possiamo elencare tre:

Ecodesign o Design For Environment (DFE);

Green Procurement (GP);

Life Cycle Assessment (LCA), detta anche Life Cycle Analysis and Engineering.

In generale, la progettazione ecocompatibile è una metodologia che mira a integrare sistematicamente considerazioni ambientali nella progettazione di prodotti/servizi, tramite un controllo mirato sull’intero ciclo di vita del prodotto. Peculiarità dell’ecodesign è il fatto di includere all’interno del team di progettazione la figura del responsabile ambientale, che favorisce la valutazione ambientale di alternative progettuali differenti. Nel condurre tale analisi, egli può essere supportato da strumenti quali l’Ecodesign Checklist Method (ECD), la matrice MET (Materiali, Energia, Tossicità), indicatori come il MIPS (Material Input Per unit Service) e la domanda cumulata di energia,o diagrammi a tela di ragno. Ai fini di una corretta gestione del prodotto a fine vita, è utile seguire i principi del Design For Disassembling e del Design For Recycling, che permettono un facile smontaggio del prodotto e, di conseguenza, un più agevole riciclaggio dello stesso.
Per quanto riguarda il Green Procurement (GP), nel momento in cui un’azienda decide di immettere sul mercato un determinato prodotto, essa se ne assume la responsabilità, sia in termini di qualità sia di impatto ambientale. Per tale motivo, è proprio il produttore finale il diretto interessato nel controllare che il prodotto non contenga componenti dannosi per l’ambiente e che sia ecocompatibile nel corso dell’intero ciclo di vita, compreso lo smaltimento. Di conseguenza, si evince come l’ecocompatibilità debba essere ricercata non solo nei processi di progettazione, produzione e smaltimento dei rifiuti, ma innanzitutto nel processo di acquisto. Diventa allora fondamentale il ruolo del fornitore e, conseguentemente, assume maggiore enfasi la ricerca dei cosiddetti‘prodotti verdi’, cioè materie prime e componenti che riducono i rifiuti, migliorano l’efficienza energetica, limitano le sostanze tossiche, contengono sostanze riciclate, sono riutilizzabili, ecc.
Per progettare e implementare un programma effettivo di GP, le imprese hanno bisogno di delineare obiettivi chiari e raggiungibili, nonché di sviluppare un piano per ottenerli. Un programma di GP di successo deve essere capitanato da un green team, che sappia porre obiettivi misurabili, coerenti con una politica di GP chiara, supportata dai diversi livelli dell’organizzazione. Nonostante i potenziali benefici ottenibili da una politica di GP, non si può nascondere come a oggi nel mercato persistano diverse diffidenze sull’effettiva applicazione di un programma di acquisti verdi. I dubbi maggiori derivano dal prezzo spesso elevato dei prodotti verdi in commercio, ma soprattutto dalla mancanza di un effettivo impegno delle società nell’applicare il GP, in buona parte da addebitare – in una sorta di circolo vizioso – alla mancanza di conoscenze al riguardo. La valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA) è un procedimento oggettivo di valutazione dei carichi energetici e ambientali relativi a un prodotto, processo o attività nel corso dell’intero ciclo di vita. Al contrario del DFE (che comporta un’analisi ex-ante dei processi produttivi e del prodotto per progettare un sistema che ancora non esiste), il LCA comporta una valutazione ex-post di un sistema e di una situazione reale, già presente. Fatta salva una certa labilità dei confini tra DFE e LCA (ad es., il LCA può essere la base di partenza per una buona ecoprogettazione o, viceversa, a partire da un impianto/prodotto già esistente, si può effettuarne una riprogettazione seguendo i principi del DFE), la metodologia LCA è definita nella normativa ISO14040, inbase alla quale uno studio di valutazione del ciclo di vita prevede i seguenti passi:

• Definizione degli obiettivi e degli scopi (ISO 14041). Fase preliminare in cui si definiscono le finalità dello studio, l’unità funzionale, i confini del sistema analizzato, le variabili del sistema in studio, la qualità dei dati, le assunzioni e i limiti;

• Compilazione di un inventario degli input e degli output di un determinato sistema (ISO 14041 – Life Cycle Inventory). Si fonda sulla compilazione di un inventario degli input (materiali, energia, risorse naturali) e degli output (emissioni in aria, acqua,suolo) attraverso la realizzazione di un modello che esemplifichi il sistema oggetto dello studio;

• Valutazione del potenziale impatto ambientale correlato a input e output (ISO 14042): consiste nella valutazione dei potenziali impatti ambientali, diretti e indiretti, correlati a tali input e output. Ha perciò lo scopo di evidenziare l’entità delle modificazioni generate a seguito dei rilasci nell’ambiente e dei consumi di risorse calcolati nell’Inventario;

• Interpretazione dei risultati e miglioramento (ISO 14043). È la parte conclusiva in cui si effettuano l’interpretazione dei risultati delle due fasi precedenti e la definizione delle possibili linee di intervento, al fine di individuare i miglioramenti necessari per ridurre gli impatti ambientali prodotti.
Dato che la metodologia LCA richiede un notevole sforzo in termini di tempo e costi, può essere condotta a diversi livelli di approfondimento, a seconda delle esigenze della singola azienda. Si può cominciare da un’analisi di tipo qualitativo, che non entra nel dettaglio del ciclo di vita del prodotto e utilizza un inventario limitato, fino ad arrivare a un LCA dettagliato, con un approccio specialistico e scientifico in grado di mettere a confronto prodotti differenti, con risultati più affidabili. I principali limiti della metodologia sono: (i) la soggettività delle assunzioni di base, unita alla difficoltà nel reperire indicatori e dati oggettivi, e (ii) il trade-off esistente tra utilità (LCA condotto in tempi brevi) e completezza (dispendio temporale notevole).
A tutto ciò si aggiunge lo scarso potere comunicativo del LCA, superabile in parte con uno sforzo di comunicazione del proprio impegno ambientale.

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