Globalizzazione, robot e donne: perché cresce la disoccupazione

Tags: disoccupazione, disoccupazione donne, disoccupazione giovanile, produzione disoccupazione, robot

I timidi segnali di ripresa registrati nell’Unione europea – più in generale, nei Paesi OCSE – non sembrano impattare in maniera significativa sui livelli di disoccupazione, che permangono mediamente vicini al 10% (12% in Italia secondo l’ultima rilevazione Istat di fine 2016). Esaminando il problema in un’ottica di lungo periodo, le serie storiche ci indicano che, fino alla prima metà degli Anni 70, al di là delle oscillazioni congiunturali, il tasso di disoccupazione in Europa si era mantenuto al di sotto del 3%, per poi salire rapidamente e attestarsi su valori oscillanti prevalentemente nella fascia 8%-10%.
Tra le cause del fenomeno (strutturali e congiunturali), particolare importanza sembrano rivestire il crescente ricorso all’automazione nei processi produttivi, la globalizzazione dei mercati e l’ingresso delle donne (“L’altra metà del cielo” di Mao Tse-tung) nel mondo del lavoro.

Disoccupazione tecnologica

 

In un famoso discorso tenuto nel 1928 agli studenti del Winchester College e pubblicato due anni dopo con il titolo Economic possibilities for our grandchildrens, John Maynard Keynes prevedeva che l’aumento della “efficienza tecnica” (cioè della produttività del lavoro) dovuto agli sviluppi scientifici e tecnici, da lui stimato in non meno dell’1% all’anno, avrebbe progressivamente portato alla “disoccupazione tecnologica”, cioè a una crescente sovrabbondanza della risorsa lavoro, con il risultato che – nell’arco di un secolo – settimane lavorative di 15 ore sarebbero state più che sufficienti a garantire il soddisfacimento dei bisogni di tutti. Ed effettivamente, come conferma un rapido calcolo, un aumento annuo dell’1% (composto), per 100 anni di seguito, comporta un fattore moltiplicativo di circa 2,7: in tali ipotesi 15 ore di lavoro sono quindi sufficienti a realizzare la stessa quantità di prodotto di 40 ore di un secolo prima.

 

In realtà, nei Paesi industrializzati, nell’ultimo secolo la produttività del lavoro è aumentata a un tasso annuo ben superiore, compreso tra il 2% e il 3%, eppure l’ottimistica previsione di Keynes non si è attuata. O, meglio, si è attuata solo parzialmente.
Dobbiamo infatti ricordare che per esempio l’orario di lavoro settimanale dei metalmeccanici in Italia era di 72 ore alla fine dell’800, per poi scendere nella prima metà del 900 a 60 e poi a 48 e infine si è assestato, con il contratto collettivo di lavoro del 1973, a 39 ore, valore tuttora vigente.
Certamente, il calcolo di Keynes non teneva conto del fatto che “i bisogni di tutti” oggi comportano consumi (di beni e servizi) ben superiori a quelli di 90 anni fa, ma la disoccupazione tecnologica era – ed è ancor più oggi – una realtà. Come mai il processo di riduzione degli orari di lavoro si è arrestato ai livelli di oltre 40 anni fa? Per spiegarlo dobbiamo esaminare le altre due cause.

 

Concorrenza globale

 

Il commercio internazionale è sempre esistito, ma solo in epoca recente ha raggiunto gli attuali livelli di rilevanza. Ancora a metà degli Anni 70 l’interscambio commerciale dei Paesi OCSE pesava meno del 5% del loro Prodotto interno lordo; dopo però è salito in maniera esponenziale (con una piccola e temporanea caduta nel 2009), arrivando a superare abbondantemente il 30%. Ciò ha comportato, per le imprese dei Paesi industrializzati, un forte aumento della concorrenza da parte di competitor collocati in Stati con costi della manodopera molto inferiori. In Europa, tra il 1998 e il 2014 la quota parte di forza lavoro “a qualificazione media manuale” (manifatturiero, artigianato, ecc.) è calata dal 19,5% al 13,5% circa.
E l’import-export di merci e di servizi non è l’unico effetto della globalizzazione dei mercati: pensiamo ai flussi migratori, che aumentano l’offerta di forza lavoro a fronte di una domanda stagnante o addirittura in diminuzione; o alle varie forme di ‘turismo’ formativo, sanitario, pensionistico: quasi mezzo milione di pensionati italiani si sono trasferiti all’estero negli ultimi anni, sottraendo consumi alla domanda interna.

Più forza lavoro con le donne

 

In Italia la partecipazione delle donne nella fascia d’età 15-64 anni alla forza lavoro, tradizionalmente molto limitata, è (finalmente) passata dal 28% del 1973 al 53% circa del 2012, con un trend di ulteriore crescita grazie all’aumento dei livelli professionali e a sensibili evoluzioni di costume. Un dato questo assolutamente positivo, ma che comporta un ulteriore aumento dell’offerta di forza lavoro, a fronte della stessa, stagnante, domanda.

 

Entrambi i fenomeni globalizzazione e partecipazione delle donne si sono quindi sviluppati a partire dalla metà degli Anni 70, sommandosi ai processi di disoccupazione tecnologica già in atto e togliendo progressivamente potere contrattuale ai lavoratori, che hanno infatti visto arrestarsi il processo di progressiva riduzione degli orari di lavoro e ridursi la quota parte di reddito a loro riservata, a favore della remunerazione del capitale: in Italia la quota di Pil destinata al lavoro è passata dal 74% nel 1980 al 64% del 2010 e la situazione degli altri Paesi industrializzati è del tutto analoga. Invero l’aumento della quota di reddito complessivo destinata al capitale è giustificata anche dal fatto che l’automazione dei processi produttivi comporta investimenti in macchinari e attrezzature: il problema però è che, come ha rilevato il premio Nobel Joseph Stiglitz (The price of inequality, 2013) i redditi da capitale sono molto più “concentrati” di quelli da lavoro in quanto lo è la proprietà dei capitali investiti e ciò comporta il perdurante aumento delle diseguaglianze evidenziato da Thomas Piketty (Capital in the twenty first century, 2014), a sua volta causa del calo dei consumi – essendo la propensione marginale al risparmio crescente al crescere del reddito disponibile – e quindi dell’attuale congiuntura negativa.

Governare il sistema interconnesso

 

Tutti i tre fattori elencati sembrano ben lontani dall’aver esaurito i loro effetti. Se infatti il rallentamento (peraltro ancora molto relativo) dell’economia cinese potrebbe preannunciare – a medio termine – una stabilizzazione dei suoi impatti sui mercati internazionali, l’India e, potenzialmente in misura molto maggiore, l’Africa costituiscono un enorme serbatoio di capacità produttiva ancora inespressa che prevedibilmente (e auspicabilmente) si concretizzerà nei prossimi anni (India) e decenni (Africa). E anche la partecipazione delle donne al mondo del lavoro ha ampi spazi di crescita, soprattutto nei Paesi meno industrializzati. Ma il fattore con gli impatti in potenza più rilevanti è quello della progressiva automazione del lavoro: non più solo nell’industria manifatturiera, ma anche nella produzione di servizi. Ha fatto scalpore la pubblicazione nel 2013 di uno studio dei ricercatori dell’Università di Oxford C.B. Frey e M.A. Osborne (The future of employment) da cui risulta che negli Usa ben il 47% dei posti di lavoro è a rischio di ‘sostituzione’ da parte di robot e computer nell’arco dei prossimi 15-20 anni. Secondo il World Bank Development Report del 2016 tale percentuale sale al 57% nei Paesi OCSE, e addirittura al 77% in Cina.

 

Si può obiettare che il progresso tecnologico crea posti di lavoro, oltre che distruggerne, ma il saldo si prospetta comunque negativo: secondo uno studio del 2015 di Forrester Research gli Usa nei prossimi 10 anni avranno 9,1 milioni di posti di lavoro in meno.
Si delinea pertanto all’orizzonte un’epoca di cambiamenti epocali, non necessariamente negativi. Abbiamo le possibilità tecnologiche per realizzare la previsione di Keynes – assicurare un adeguato livello di vita a tutti lavorando poche ore al giorno – ma dobbiamo letteralmente inventare nuovi modi di leggere i fenomeni economici e di governare un sistema sempre più globalizzato e interconnesso: una sfida tutt’altro che facile, ma che dobbiamo affrontare se non vogliamo che paradossalmente il sistema economico mondiale vada in crisi non per scarsità, ma per sovrabbondanza di capacità produttiva.

 

Nicola Costantino è Professore Ordinario di Ingegneria Economico-Gestionale al Politecnico di Bari

Lascia un commento

Devi essere loggato per postare un commento.