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Gestire il ciclo di vita del prodotto: via per l’efficienza e l’innovazione

I sistemi di Product Lifecycle Management (PLM) esistono ormai da oltre due decenni, non solo nel piano della teoria dei sistemi informativi, ma anche in quello della pratica industriale. Hanno cambiato nome (il mercato si è sbizzarrito con gli acronimi, da TDM a PIM, da EDM a PDM, ecc.), hanno mutato pelle tecnologica (per esempio dai sistemi client-server al cloud) e hanno lentamente superato le diffidenze delle imprese e dei relativi dirigenti.   Da quasi un decennio, nelle grandi aziende multinazionali i progetti PLM sono un must manageriale e informativo, a fianco dei più consolidati gestionali ERP. Nelle medie imprese manifatturiere nazionali, il PLM ha iniziato a diffondersi, portando un po’ di ordine e di metodica disciplina informatica lungo processi di sviluppo e di ingegneria un po’ caotici. Nel 2016, all’incirca un’azienda su due (42%) di settori industriali tradizionali (termine che di solito identifica i comparti trainanti dell’industria, dall’automotive al machinery) presentava l’utilizzo di un sistema PLM o simile (campione di 307 imprese, fonte: Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano). Per chi segue quest’area di ricerca e di mercato e che, come me, ha passato anni a professare nel deserto la rilevanza industriale del PLM, si tratta di dati tutto sommato incoraggianti. Ma nonostante tutto questo, ho la netta sensazione che sia forte nel mercato l’esigenza di chiarezza e di categorizzazione, soprattutto in comparti non tradizionali e nelle nostre PMI.  

PLM for dummies

  Ne ho scritto in diverse occasioni, anche in altri articoli pubblicati su Sistemi&Impresa e nel libro Progettare i prodotti del futuro, recentemente ri-edito da Este. Ne ho parlato con molti, in quel centinaio di eventi che ho collezionato negli ultimi anni, da Smau a Fabbrica Futuro e agli Osservatori del Politecnico di Milano. Eppure la domanda, manco fosse un mantra orientale, ritorna costantemente: cos’è il PLM? Senza voler fare l’esegesi dell’acronimo, forse vale la pena di spendere ancora una volta alcune parole.   Partiamo con un’osservazione non scontata: nel mercato, quando si parla di PLM si mettono insieme molte cose. Provate a cercare in Google: con PLM vi uscirà quasi di tutto, dai mille software ai cento consulenti, dai modelli accademici alle definizioni più disparate. Tra gli addetti ai lavori, siamo soliti dire che l’acronimo PLM esercita un vero e proprio ruolo olistico: una sorta di parola magica che in un solo colpo raggruppa prodotti, servizi, attività, processi, persone, competenze, sistemi informativi, dati, conoscenze, tecniche, pratiche, procedure e standard. Non è un caso: l’acronimo PLM, infatti, serve sia a indicare un approccio (un modello, un paradigma, ecc.) sia a identificare dei ‘pezzi di software’ (un modulo aggiuntivo, un portale esterno, un’intera suite, ecc.). Dopo anni di dibattiti tra fornitori e consulenti, questo è il modo più onesto di vedere le cose, anche se non è di certo il più semplice.   Quando pensiamo al PLM come a un modello, di solito ci riferiamo al concetto di ‘Lifecycle’ (ciclo di vita) che non a caso sta nel mezzo dell’acronimo (la “L” di Lifecycle per l’appunto). Anche qui spesso si registra un po’ di confusione: di che ciclo di vita parliamo, del marketing, dei processi, dei documenti? Ma a ben scavare – ogni tanto un po’ di esegesi serve – la visione principale è quella prodotto-centrica. Ci riferiamo al fatto che un bene deve essere progettato, realizzato, distribuito, utilizzato, manutenuto, dismesso, ritirato e smantellato. E per fare tutto questo occorre operare su numerose attività, persone, attori e informazioni, gestendole (ecco la “M” di Management), si spera in modo efficiente (cioè con un numero contenuto di risorse e possibilmente senza errori).         Non è filosofia, ma un approccio aziendale con una prospettiva realistica. Pensiamo per esempio a un’azienda che fa macchine utensili e le spedisce in giro per il mondo: ha bisogno di impostare le proprie attività in un modo orientato al ciclo di vita se vuole essere in grado di far arrivare la macchina a destinazione in tempo e poi di fornire l’assistenza necessaria (su cui di solito guadagna non poco). O ancora, si pensi a come un car-maker europeo sia oggigiorno interamente responsabile di ciò che accade al veicolo prodotto e venduto, anche a livello penale, fino alla sua dismissione completa (normativa ELV, End of Life Vehicle).   Le aziende hanno intrinsecamente bisogno di un modello PLM sia se vogliono essere più vicine ai loro clienti sia per offrire maggiori servizi, oppure per rendere più sostenibili i propri artefatti, per monitorare l’affidabilità delle proprie soluzioni, per comprendere meglio i target di mercato, ecc. Con una battuta, potremmo dire che il PLM è il modello operativo cui aspirare per l’industria del futuro. E non è un caso che i tedeschi di Industrie 4.0 lo considerino tale.   Per poter fisicamente realizzare un modello operativo che gestisca risorse spazialmente e temporalmente distribuite, viene in aiuto la tecnologia informatica nelle sue diverse dimensioni: software che permettono di distribuire in formazioni e recuperare dati (per esempio piattaforme collaborative, vault e data storage, ecc.) e sono intrinsecamente dei sistemi che permettono al modello PLM di esistere. Strumenti di prototipazione che aiutano a progettare componenti, sottoponendoli a stress e scenari diversi (per esempio CAD, FEM, ecc.), sono parimenti dei sistemi tramite cui fisicamente attuare la visione Lifecycle di cui abbiamo parlato. Da qui l’imprescindibile ruolo del PLM come ‘pezzo di software’ e la sua diffusione nel mercato IT.   Sinceramente penso che le due accezioni (modello e software) non possano essere slegate. Senza la visione modellistica del Lifecycle, il PLM come software diventa una serie di programmi che non si capiscono perché debbano stare insieme, che mal si sopportano a vicenda e che non si incastrano in un’architettura informativa coesa. Viceversa, senza il ricorso ad applicativi informatici, la visione efficientistica del Lifecycle rimane poco più che filosofia spiccia, senza alcuna reale ricaduta.   Per leggere l’articolo completo (totale battute: 19.000 circa) – acquista la versione .pdf scrivendo a daniela.bobbiese@este.it – tel. 02.91434419

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