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La manifattura è in ripresa ma non traina l’economia

La Banca d’Italia ha rivisto al rialzo le stime per la crescita economica nel 2017, fissandola a +1,4% contro il precedente previsto 0,9% di gennaio, così come l’Istat ha innalzato a +1,3% il dato sul primo trimestre. Segnali positivi anche per la manifattura, grazie alle componenti di produzione, export e ordini, secondo quanto riportato in uno studio del Centro Studi Confindustria. L’analisi di Confindustria sull’industria pesante in Italia guarda al Pmi Markit Index che da un lato segnala una decrescita dell’attività rispetto a maggio 2017 (-0,6%), ma dall’altro registra un balzo in avanti nel secondo trimestre ai massimi livelli dal lontano 2007. L’indice Pmi, acronimo di Purchasing Managers Index, è un indicatore macroeconomico che si riferisce all’indagine condotta ogni mese tra i capi azienda (purchasing manager) delle imprese scelte come campione tra le più importanti di ogni Paese, cui vengono poste alcune domande relative all’andamento dell’azienda, come i prezzi, l’andamento della produzione piuttosto che il numero di impiegati. Le risposte sono poi riportate, in forma statistica, dall’indice Pmi che può avere un valore compreso tra 0 e 100. Sopra quota 50 c’è un’espansione del settore indagato, mentre sotto la soglia dei 50 punti si è in presenza di una contrazione. Seppur vero che i dati positivi registrati dal Pmi Markit (produzione 57,2, ordini 56,0 ed export 57,0) fotografano la situazione mondiale, Confindustria ha registrato che anche l’Italia è ben ancorata alla ripresa.

La crescita del manifatturiero non è (più) sinonimo di occupazione

Ma quali sono stati i fattori esterni che hanno agevolato la crescita? A rispondere è Francesco Seghezzi, Direttore della Fondazione Adapt: “L’apertura del credito, con l’atteggiamento più conciliante della Banca Centrale Europea, e il costo dell’energia che è diminuito, come conseguenza del calo del prezzo del petrolio, sono i due fattori che hanno influenzato lo scenario economico internazionale”. Il segno positivo della manifattura però non avrà come diretta conseguenza un aumento dell’occupazione: “L’industria pesante in Italia rappresenta ancora una parte molto importante del Pil, ma oramai è dagli Anni 80 che alla crescita del settore non corrisponde più l’aumento del numero di occupati, soprattutto tra i giovani. Quindi, se il dato resta importante e va registrato perché aumenta la fiducia dei consumatori, è anche vero che non possiamo aspettarci una forte crescita occupazionale generata da questo comparto industriale”, spiega Seghezzi. A confermare l’analisi è il Centro Studi Confindustria: “Bassa occupazione ed emigrazione dei giovani stanno riducendo molto il potenziale di crescita. Per la crescita rimane cruciale il passaggio di una manovra d’autunno che punti sul rafforzamento degli investimenti e sul lavoro giovanile”, si legge nella nota. Altro grave problema che frena lo sviluppo è la cattiva gestione dei talenti: “Studi recenti hanno dimostrato che se i giovani che restano in Italia venissero impiegati nelle giuste mansioni potrebbero far aumentare il Pil di almeno due punti percentuale”.

Il ruolo dell’industria italiana nella crescita mondiale

In questo scenario, quale può essere il contributo della manifattura italiana? “Il nostro Paese ha un know how importantissimo nel settore e potrebbe rappresentare un ‘porto sicuro’ per le aziende estere perché da noi il rischio Paese è decisamente meno elevato che in altri luoghi e perché i nostri laureati hanno un ottimo livello d’istruzione. Ma le riforme economiche sono ferme perché sono considerate ancora un’ipoteca elettorale. Attrarre gli investimenti esteri, invece, potrebbe rilanciare la nostra economia”, chiosa il Direttore della Fondazione Adapt. Perché l’Italia diventi uno dei motori trainanti dell’economia mondiale, però, deve puntare sulla digital transformation: “Se guardiamo solo all’Europa, il nostro Paese è molto indietro sulle infrastrutture digitali. È noto che al Meridione la banda larga è ancora poco sviluppata e non si può parlare di Industria 4.0 se non si hanno gli strumenti adatti”. Affinché il nostro Paese non sia solo un inseguitore delle potenze mondiali deve sfruttare quel “quid in più”: “Le nuove tecnologie possono valorizzare il grande patrimonio culturale che abbiamo, quella bellezza italiana che risiede nell’artigianato di qualità, nella moda e nel design, per esempio”.

L’instabilità politica, non solo italiana, frena la crescita

Nonostante ciò, tornando all’analisi di Confindustria, l’andamento degli ordinativi, soprattutto nel settore manifatturiero, preannuncia a livello globale una buona crescita dell’attività produttiva nel corso dell’estate. Tuttavia, sottolinea il Centro Studi, “non mancano rischi e incognite che generano dubbi sulla solidità e durata delle attuali tendenze”. Instabilità recentemente sottolineata anche dalla Banca d’Italia “che genera dubbi sulla solidità e durata delle attuali tendenze”. L’incertezza politica che caratterizza il Governo italiano da diversi anni “si traduce in scarsa visibilità sull’orizzonte delle decisioni di politica economica”, come riporta Confindustria che più volte ha chiesto di confermare gli incentivi agli investimenti per l’Industria 4.0. Per quanto riguarda gli investimenti legati al Piano Calenda, la Banca d’Italia nota come “l’accumulazione di capitale produttivo potrebbe crescere in media di circa il 3% l’anno, beneficiando del rafforzamento delle prospettive di domanda, del permanere di condizioni finanziarie ampiamente favorevoli e degli incentivi fiscali che nel 2016 hanno sensibilmente contribuito all’accelerazione degli investimenti, particolarmente marcata nella seconda metà dell’anno”. Ma a influenzare il trend di crescita non mancano le variabili estere “a cominciare dagli Usa, su molteplici fronti, dal commercio estero, nonostante l’atteggiamento sia diventato più pragmatico, alle misure di bilancio, con la maggioranza repubblicana divisa. Per proseguire con la Cina, dove si prospetta una maggiore severità nei comportamenti finanziari e si rinfocolano così i timori di atterraggio duro su un sentiero di sviluppo più basso. Per finire con l’Europa, nella quale da un lato c’è l’esito della Brexit e il negoziato appena partito ha ribadito le grandi difficoltà da superare; dall’altro c’è la necessità del rilancio della governance dell’Eurozona, posto che a conclusione del ciclo elettorale le politiche di bilancio torneranno a orientarsi verso la riduzione dei disavanzi in molti Paesi”.

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Elisabetta de Luca

Elisabetta de Luca, laureata in Lettere moderne all'Università "Federico II" di Napoli. Ha frequentato la scuola di Giornalismo di Napoli. Giornalista professionista. Collaboratrice e blogger per L’Huffington Post. Ha lavorato per testate cartacee e online, per la Rai e per Sky.