Le TLC come asset strategico nella digital transformation

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Fornitori di apparati di rete e di servizi di TLC si confrontano in una tavola rotonda su come le aziende rispondono o dovrebbero rispondere alle sollecitazioni dettate dalla trasformazione digitale in atto.

di Luca Bastia

Cloud, Software-as-a-Service, Smart Working, eCommerce, Omnicanalità, Customer Experience, Supply Chain Estesa, applicazioni di IoT o di Industrial IoT, digital transformation sono tutti argomenti al centro dell’attenzione degli operatori dell’offerta e delle aziende. Se fino a ieri queste definizioni rimanevano solo parole, oggi nelle imprese stanno assumendo un significato concreto e per molte sono la chiave del successo e della crescita.
Alla base di tutto questo c’è la connettività, la disponibilità e la certezza della banda e gli operatori di TLC hanno un ruolo determinante nel fornire servizi e garantire connettività. Nella tavola rotonda organizzata da Sistemi&Impresa i rappresentanti di cinque aziende operanti nel settore reti e telecomunicazioni si sono confrontati sulla realtà italiana della digital transformation, principalmente in ambito manifatturiero, su come agiscono o dovrebbero agire le aziende e sul loro specifico ruolo in questo ambito.

 

 

Trend ed eventuali ostacoli
“La richiesta di capacità trasmissiva crescerà nei prossimi anni, soprattutto in mobilità e a livello globale: dati e applicazioni aumentano e devono essere sempre disponibili, migrando sul cloud, coerentemente con il nuovo modello di business delle imprese, che prevede sempre meno l’acquisto di asset e sempre più il renting dei servizi, in un’ottica ‘pay per use’. Si tratta di un passaggio dal modello Capex ad un modello Opex based, secondo il paradigma della sharing economy. La disponibilità di banda per accedere ai servizi, da qualsiasi device e da ogni luogo, richiede sicurezza e affidabilità, con livelli di servizio elevati che permettano il normale svolgimento delle attività operative e gestionali”, sostiene Riccardo Bruno, Business Market Development di Wind, azienda guidata da Maximo Ibarra.
Con l’obiettivo di dare una spinta ulteriore alla digitalizzazione delle Piccole e medie imprese, Wind ha sottoscritto un accordo con Enel che permetterà lo sviluppo della banda ultralarga in tutto il Paese attraverso Enel Open Fiber.
Secondo Luca Cardone, Product Marketing Manager di Retelit, nel 2020 potremmo avere più banda larga rispetto agli altri Paesi europei, oggi siamo 29esimi. “Già è stato avviato un primo bando su cinque Regioni per un investimento di 1,9 milioni, principalmente in infrastruttura, e le grandi aziende di TLC stanno iniziando a muoversi, così come noi”.
“La cosa importante in ambito banda larga è dare più attenzione ai distretti industriali, che oggi non sono tutti connessi”, prosegue Cardone, che aggiunge: “Imbattersi nel percorso di Industria 4.0 non è semplice per diverse aziende, spesso mancano la cultura digitale alla base e l’infrastruttura adeguata. Speriamo che il piano di banda larga ci aiuti in questo senso, le aziende, infatti, stanno chiedendo sempre di più soluzioni in cloud”.
“Penso che il tema banda larga sia da vedere dal punto di vista dell’execution”, interviene Michele Dalmazzoni, Collaboration Business Outcome Leader di Cisco Italia. “In tema di digitalizzazione le domande da porsi sono: ‘di che rete stiamo parlando?’ ‘di che tipologia di connettività stiamo parlando? ‘Fissa o mobile?’. Si stanno anche affermando nuovi protocolli nel mondo dell’IoT. Il mondo della digitalizzazione e l’Internet of Things pongono nuovi punti di domanda; non c’è una sola rete, ce ne sono tante, e, a seconda delle esigenze, si arriverà a delle connettività miste”. L’obiettivo di Cisco, infatti, è di fornire alle aziende una data delivery platform che consenta di gestire qualunque tipo di connettività; “questo è il motivo per il quale abbiamo acquisito Jasper”.
In tema di digitalizzazione, secondo Dalmazzoni, c’è un problema di tipo imprenditoriale. “Qualsiasi sia il settore di business oggi c’è necessità di una strategia digitale, ma questa consapevolezza è scarsa”.
“C’è anche un problema di finanziamenti, si stima che servirebbero cinque miliardi di euro all’anno per muoversi verso la digitalizzazione delle imprese”, aggiunge il manager Cisco. “Inoltre esiste una carenza di competenze specifiche, anche a causa della media dell’età degli occupati che è molto alta. Tra non molto però quasi tutto sarà erogato in modalità di servizio in maniera molto semplice”. “La banda larga è una leva fondamentale, finché non sciogliamo il nodo della connettività la digital transformation avrà difficoltà a realizzarsi. Inoltre, soprattutto nella Pmi, sono da freno anche i problemi culturali”, afferma Paolo Fortuna, Direct Touch Director di Alcatel-Lucent Enterprise, che aggiunge anche una nota positiva: “Oggi comunque il mercato è un po’ più maturo e i clienti si rendono conto che non è solo un problema di riduzione dei costi, ma di trasformazione dell’azienda. Coloro che comprendono che la digitalizzazione è una leva per trasformare l’azienda traggono i maggiori benefici. Le imprese oggi devono domandarsi come rispondere tempestivamente alle loro esigenze, quelle dettate dal mercato. L’utilizzo dei servizi in cloud deve essere visto in questo senso e le aziende iniziano a esserne consapevoli”.
Poca banda e resistenza culturale, ma segnali positivi ci sono: “Dal nostro osservatorio vediamo che tutti i clienti medio-piccoli chiedono ai provider la comparazione con offerte cloud, sono disposti a sottoporsi a test per verificare se il modello cloud può fornire loro efficientamenti, cosa che precedentemente non si verificava”, sottolinea Fortuna.
“Condivido in buona parte i pareri sin qui esposti”, interviene Dario Merletti, Marketing Manager di Fastweb, “ma non siamo così indietro sulla banda. È vero che siamo partiti da una posizione di retroguardia, però abbiamo una derivata molto più alta rispetto agli altri Paesi europei dal punto di vista degli investimenti in infrastruttura da parte dei provider, ci sono infatti diversi piani per cablare molte città in Italia”.
Merletti sposta poi l’attenzione sul tema della trasformazione digitale come esigenza e la comprensione della stessa da parte delle aziende: “Noi vediamo una dicotomia: una parte di aziende, per diverse ragioni, rimangono ancorate a schemi di pensiero del tipo ‘passo da Capex a Opex, faccio ottimizzazione dei costi’ e non colgono la reale potenzialità della trasformazione digitale di creare nuovo business e l’opportunità di essere competitivi. Aumenta però la quota parte di imprese che capisce l’importanza della digitalizzazione e queste aziende chiedono non solo connettività, ma si interessano a un insieme di soluzioni e di servizi che possano accompagnarle nel loro percorso di trasformazione digitale”.
“Le aziende hanno necessità di un’infrastruttura sicura per accogliere i dati e che offra servizi cloud anche in modalità SaaS, come per esempio l’Unified Collaboration”, aggiunge il manager di Fastweb. “Le aziende che colgono appieno le opportunità della trasformazione digitale non si accontentano della connettività, le grandi imprese si appoggiano in genere ai vendor, mentre le medie e le piccole ai provider che possono mettere insieme una serie di expertise che le Pmi non hanno all’interno”.

 

 

Il ruolo degli operatori di mercato: consulenti e portatori di cultura
“Gli operatori oggi non sono solo fornitori di connettività perché accompagnano le imprese nel loro percorso di crescita e di sviluppo digitale”, afferma Bruno. “Wind Business si pone come partner di riferimento capace di interpretare le esigenze delle aziende e di proporre soluzioni smart per aumentare le loro opportunità di vendita e la produttività. Il processo di digitalizzazione sta cambiando le abitudini dei clienti, pertanto le aziende necessitano di soluzioni e strumenti sempre più flessibili. In questo contesto, Wind Business ha lanciato, per esempio, un evoluto servizio di CRM on line basato su Microsoft Dynamics, completamente in cloud e ‘plug and play’. Allo stesso tempo per aumentare l’efficienza e la soddisfazione dei dipendenti, in ottica di work-life balance, è necessario poter accedere ai servizi e ai tool lavorativi anche in mobilità, come in ufficio, e abilitare modelli di smart working garantendo la sicurezza dei dati e delle informazioni gestite, attraverso la separazione dell’ambito personale da quello lavorativo, sullo stesso device. Per avviare lo smart working, oltre al supporto della tecnologia, è necessario un cambio culturale che stia al passo con l’evoluzione digitale”, prosegue il manager di Wind. “Cambiano anche i tradizionali riferimenti aziendali, che un tempo erano del settore IT e degli Acquisti, mentre oggi gli interlocutori sono i responsabili di Marketing e delle Line of Business. Questo ha permesso a Wind Business di evolvere le proprie soluzioni a supporto dei vari settori aziendali per l’attuazione del cosiddetto ‘lavoro agile’”.
“In passato i consulenti per le aziende in ottica di digital transformation erano i system integrator, oggi offuscati dalla presenza di service provider che forniscono non solo connettività, ma anche servizi. La differenza con i primi è che il service provider dispone anche di infrastruttura e data center”, aggiunge Cardone. “Se l’azienda vuole disporre di servizi in cloud deve avere tutta una serie di garanzie che solo chi ha l’infrastruttura può dare. I system integrator e i vendor ci vedono come fornitori: per questo siamo in grado di creare ecosistemi e di vendere, insieme, soluzioni personalizzate. Oggi, dunque, sono i diversi fornitori a portare la cultura del cambiamento digitale nelle aziende, nessuno si può più permettere di fare tutto da solo”.
“Portare cultura nelle imprese è da sempre un nostro obiettivo, ma ci muoviamo secondo un modello ibrido”, racconta Dalmazzoni. “Abbiamo stilato un accordo con il Governo per un piano triennale di nostri investimenti per la formazione, 100 milioni lato Corporate più altri investimenti della Country italiana e del nostro ecosistema di partner: tramite le Cisco Network Academy (la nostra rete di scuole di formazione volte a formare i giovani sulle competenze digitali) ci sarà un approfondimento sull’Industry 4.0 e sulla cybersecurity. L’obiettivo è formare 100mila giovani in tre anni. Gli ambiti sono: la produzione agroalimentare co-innovation con le start up e il coinvolgimento del mondo accademico e delle aziende in modo da creare un contatto tra i diversi soggetti”.
Anche dal punto di vista dell’offerta verso la media azienda, Cisco utilizza un modello ibrido presentando i propri sistemi insieme a system integrator e partner tecnologici. “Bisogna lavorare con l’ecosistema a 360 gradi per creare un terreno fertile ad ampio raggio”.
Sempre riguardo alla diffusione della cultura digitale, secondo Fortuna, “un vendor ha la sua bocca di fuoco nella rete di partner che deve essere formata affinché abbia le competenze adeguate da portare sul mercato. Noi inoltre collaboriamo con le Università coinvolgendo anche i nostri clienti in modo da creare una circolarità della cultura digitale. Insieme a loro raccogliamo esperienze di eccellenza da presentare ad altre imprese”. “Il mercato non è tutto uguale”, aggiunge il manager di Alcatel-Lucent Enterprise, “perciò il vendor ha il dovere di verticalizzare le competenze al suo interno, per parlare il linguaggio del cliente. Noi abbiamo delle competenze molto sviluppate nella sanità e nell’hospitality”.
“Le imprese comunque sanno cosa fare o cosa dovrebbero fare”, dice Merletti. “Il problema è far capire come questo sia possibile, non facile, ma possibile e con un effort ragionevole. Sono necessarie competenze interne che comprendano l’interlocutore che hanno di fronte”.

 

Cybersecurity, un elemento essenziale
Per fare un passo importante, ma imprescindibile, come imboccare la strada della digital transformation non bisogna sottovalutare gli aspetti legati alla sicurezza, come sottolineano tutti i partecipanti alla tavola rotonda.
“La componente applicativa è fondamentale, ma ha bisogno di un’infrastruttura abilitante; sono 4 i pilastri su cui poggiarsi: le applicazioni, una rete per poter parlare (fissa, wifi e mobile), un infrastruttura IT scalabile (cloud) e soprattutto la cybersecurity; più si connettono cose e persone più si è esposti a rischi e la sicurezza non può essere più solo perimetrale, bisogna riconoscere le minacce e reagire nel minor tempo possibile”, sostiene Merletti.
Una volta che con i device si va sul cloud, sulla rete viaggiano informazioni sensibili e le aziende pongono molta attenzione a questo aspetto poiché conoscono i danni che si possono generare non proteggendo i propri dati. “È necessario garantire una sicurezza perimetrale, relativa al trasporto delle informazioni in Rete e una sicurezza intrinseca sui device utilizzati”, dice Bruno. “Wind Business risponde alle esigenze delle aziende con soluzioni smart che permettono di separare, sullo stesso device mobile, applicazioni e dati di tipo lavorativo da quelli personali, in un ambiente virtuale sicuro e protetto, all’interno del quale caricare le informazioni e i programmi che l’IT adminstrator consente. Per aumentare ulteriormente il livello di protezione delle informazioni, le soluzioni Wind Business permettono di utilizzare un APN privato, nativamente sicuro, per il traffico dati di tipo aziendale, mentre tutto il resto viaggia su APN pubblico, senza specifiche policy. Wind Business ha lanciato questo set di servizi e soluzioni sotto il nome ‘Work&Life’, come risposta alle crescente necessità di lavoro in mobilità e di smart working”.
“La resistenza delle aziende che devono migrare in cloud le applicazioni non sono solo culturali, ma in taluni casi, come nel finance o nella sanità, le barriere sono anche legislative: vanno rispettate delle normative che coinvolgono anche aspetti di security”, sostiene Fortuna. “Non solo, quando si parla con un’azienda relativamente a una Lan si finisce sempre a discutere di Byod e di sicurezza. Non è un argomento banale, perché oggi il 50% dell’operatività di un’azienda si fa con dispostivi di proprietà dell’utente finale”.
“Cybersecurity, aspetto sicuramente positivo e da sottolineare se pensiamo al service provider, in quanto in grado di gestire il servizio prestando una maggiore attenzione alla sicurezza e ponendosi come consulente per le aziende”, interviene Cardone. “Il service provider riesce, infatti, a supportare le aziende nella costruzione di sicurezza perimetrale adeguata e a disegnare un modello di rete corretto e funzionale. Inoltre, il data center di un service provider non solo possiede una sicurezza intrinseca perché disegnato per essere multi-tenancy (un’applicazione che si comporta come se fosse totalmente dedicata a un cliente quando in realtà ne serve molti in parallelo, ndr), ma offre, di gran lunga, maggiore sicurezza rispetto all’infrastruttura dell’azienda utente”.
Su questo Merletti è d’accordo con il pensiero del manager di Retelit: “Sotto questo aspetto si sono fatti molti passi avanti: nei contratti vengono specificati il luogo dove risiedono i dati, il forum competente in caso di controversie, l’impegno del provider di distruggere i dati se l’azienda cliente lascia il provider per un altro.
Chi fornisce il cloud in modo serio tiene in considerazione queste tematiche e, in tal modo facilita l’abbattimento di alcune barriere nel passaggio delle imprese al cloud e al digitale”.

L’approccio corretto alla digitalizzazione
Si possono percorre diverse strade per affrontare la digital transformation: tutto e subito, per step successivi, a macchia di leopardo assecondando le necessità di singole funzioni aziendali o predisponendo una roadmap secondo una strategia aziendale decisa a livello di top management. I manager che hanno dato vita a questa tavola rotonda si sono trovati perlopiù concordi.
“Secondo un recente studio di IDC, le best practice dicono che la trasformazione digitale si implementa quando questa viene decisa a livello di board (diversamente non funziona). Il board nomina un Chief Digital Officer (o una figura simile) che risponde direttamente alla direzione generale e deve studiare il tema e implementare l’execution in modo trasversale (marketing, produzione, …)”, spiega Merletti. “Sono operazioni che hanno senso se viste in maniera globale nell’azienda. Anche nella nostra esperienza è così: dove le aziende hanno un pensiero strutturato la trasformazione digitale funziona; può essere implementata a step successivi, ma deve essere molto chiaro l’approccio globale. L’errore più grave che si può fare è digitalizzare a macchia di leopardo senza una reale integrazione”.
“Esistono già diversi sistemi digitalizzati in cloud (CRM, ERP…), lo step successivo è trovare chi li sa integrare: prima bisogna mappare la catena di processo e tutte le applicazioni e capire come queste possono essere connesse tra di loro”, sostiene Cardone. “In ambito manifatturiero, la digitalizzazione potrebbe risultare complicata in caso di macchinari datati, più semplice nel caso di nuove macchine già connesse. Avviare un processo di digitalizzazione significa integrare tutte le componenti del sistema”.
“Riguardo al tema dei macchinari obsoleti”, precisa Dalmazzoni, “ci sono delle soluzioni di retrofitting che rendono connettibili macchine che non sono connesse in maniera nativa. Collaboriamo con partner tecnologici che offrono queste soluzioni che evitano alle imprese di rinnovare tutte le macchine con investimenti che risulterebbero impossibili”.
“Un altro tema”, prosegue il manager di Cisco, “è la difficoltà di coniugare l’innovazione con la continuità operativa. Noi suggeriamo ai clienti di creare una roadmap per i diversi interventi seguendo le priorità della specifica azienda. Bisogna fare comprendere alle imprese che l’innovazione serve a guadagnare di più, a risparmiare, facendo il tutto in modo sicuro. Questo può essere uno stimolo a intraprendere la via della digitalizzazione. Paradossalmente questa roadmap si autofinanzia. Inoltre, se l’azienda non imbocca questa strada rischia di sparire, mentre digitalizzando alcuni processi si inizia a fare saving investendolo poi in tecnologie che possono dare nuovi servizi. Chi non ha ancora iniziato a fare digitalizzazione è seduto su una montagna di saving disponibile”.
“Sono d’accordo con Dalmazzoni: questi progetti si possono autofinanziare se esiste una roadmap”, interviene Merletti. “Il prerequisito è che chi prende queste decisioni abbia la capacità e il potere di prenderle guardando dall’alto le cose, perché l’IT manager ha solo costi in più e solo chi ha una visone complessiva capisce che, se si adottano strategie di digitalizzazione, diminuisce il cost of ownership e si instaurano modelli di lavoro diversi liberando alcune posizioni che possono dedicarsi ad altre attività a valore”.
Su quest’ultimo aspetto interviene Fortuna: “Bisogna anche dare l’input alle Risorse Umane per dare nuovi ruoli alle persone, il commitment deve comunque venire dall’alto”.
“Si tratta di benefici incrementali”, dice Dalmazzoni tornando sull’argomento. “La digitalizzazione permette addirittura di fare un cambio di modello di business e il cambiamento può essere esponenziale. Nel manifatturiero è più difficile vedere quale sia l’effetto possibile della digitalizzazione, però già esistono piattaforme che offrono manufacturing on demand, che per ora si riferiscono a dei prototipi: geolocalizzando un elenco fornitori, si sceglie il più vicino e si possono ordinare un certo numero di prototipi di un modello, si trasferisce il file al fornitore e lui realizza il prototipo. È il modello di business che si trasforma e il digitale è la chiave. Nei prossimi anni vedremo grandi nomi in tutti i settori sparire e affermarsi con grandissima velocità nuovi player. Oltre alla velocità c’è un’altra caratteristica, cioè i disruptor (coloro che stravolgeranno un determinato mercato) non necessariamente proverranno dal settore, ma anche da un segmento di mercato attiguo. Questo è il senso di urgenza che tutti dovrebbero avere perché la digitalizzazione porta a questo vortice”.
“I casi che hanno avuto successo sono quelli dove c’era una profonda regia, senza non c’è un business case”, conclude Fortuna. “Nei casi di successo c’è il CEO e il CIO allineati, il marketing allineato con le vendite e un HR coinvolto, non solo, la comunicazione interna deve mostrare a tutta l’azienda i processi digitalizzati, tutti devono esserne a conoscenza”.  

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