CM2025, il Piano Industria 4.0 della Cina per il manifatturiero

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La Cina, come tutti i Paesi che vogliono avere un ruolo nella manifattura globale, sta sviluppando le sue strategie per cogliere al meglio le opportunità offerte dal nuovo paradigma tecnologico che si sta sviluppando. Quello che accede in Cina, anche se geograficamente molto lontano, ha un impatto diretto sulle nostre imprese. Solo per ricordare qualche numero, fornito dall’European Chambre of Commerce in China: il 25% del valore aggiunto prodotto in manifattura è Made in China; Pechino produce il 28% delle automobili, il 41% delle navi, più dell’80% dei computer, più del 90% deitelefoni cellulari, il 60% delle tivù a colori e metà dell’acciaio.

La Cina si trova, però, a dover affrontare sfide molto complesse. Il modello di sviluppo basato sugli investimenti e sulle esportazioni che sfruttavano il basso costo del lavoro mostra segni di fatica. Il Paese  continua a crescere, ma a tassi più bassi che in passato. Il costo del lavoro cresce, in media, del 10% all’anno, la popolazione invecchia, tanto che il numero delle persone in età attiva ha cominciato, seppur lentamente, a diminuire. Inoltre il Dragone si è reso conto che è importante essere presenti nelle funzioni a monte (R&D e design) e a valle (marketing e distribuzione) della ‘semplice’ produzione per riuscire ad aumentare la quota di valore aggiunto controllata dalle proprie imprese e lasciata a operatori stranieri. Industria 4.0 è la chiave per riuscire nell’upgrade delle proprie imprese e, più in generale, del Paese.

Il piano China Manufacturing 2025

Per questi motivi, il Governo cinese ha lanciato nel 2015 il piano China Manufacturing 2025 (CM2025) che ha l’obiettivo di trasformare la Cina in una “leading global manufacturing power” entro il 2049, anno del 100esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Una potenza manifatturiera non solo per volumi, ma anche per tecnologia e innovazione. Se da un lato è sicuramente preferibile un Paese che cerca di competere non sul basso costo dei fattori produttivi, quanto su prodotti e processi innovativi, dall’altro lo scenario che si sta delineando non può lasciare tranquille le nostre imprese.

Il piano CM2025 si differenzia molto dai piani Industria 4.0 che vediamo implementati in Europa e negli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, si limitano a delineare le tecnologie di riferimento e i progetti di finanziamento, ma lasciano poi alle imprese e al mercato ampi margini di discrezionalità. Il piano cinese è invece molto più top-down. Il Governo ha definito quali siano i settori d’interesse. Alcuni sono funzionali alla modernizzazione e urbanizzazione del Paese come la meccanica agricola che deve compensare il calo di chi lavora in agricoltura, altri sono decisamente più high tech come la robotica, i materiali avanzati e le biotecnologie. In questi settori – meno maturi se paragonati all’automotive o alla meccanica – la Cina ha un gap minore da recuperare e quindi pensa di poter raggiungere più rapidamente posizioni di leadership.

L’obiettivo di Pechino è quindi quello di essere sempre più autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento delle tecnologie e diventare leader globale per molte di esse (per alcune lo è già: basti pensare alle tecnologie per le reti wireless sviluppate da imprese come Huawei). Gli obiettivi intermedi sono quelli di aumentare le percentuali di componenti prodotte nel Paese, con target differenziati per settore, e aumentarne la qualità.

Per raggiungere questi obiettivi, la Cina ha messo in campo diversi strumenti di policy. Nessuno di questi è, di per sé, una novità, ma li abbiamo visti utilizzati dal Governo cinese in vari momenti. Il Dragone sta investendo più del 2% del Pil in ricerca, molto più dell’Italia (1,3%), ma anche leggermente più della media europea. È quindi naturale che nel medio periodo le imprese europee e americane, anche dei settori più avanzati, si troveranno a competere con aziende cinesi. Ma le risorse investite sono solo un aspetto.

Strategia per la supremazia delle aziende cinesi

L’insieme delle politiche che sostanziano CM2025 mette in particolare difficoltà le imprese straniere. Le più colpite sono quelle che in Cina vendono: queste saranno sempre più invitate a condividere le proprie tecnologie con partner cinesi se vogliono rimane sul mercato locale. Inoltre saranno svantaggiate, per esempio, nel public procurement che dovrà dare un accesso privilegiato alle imprese cinesi. Entrambe queste politiche non sono certo una novità, ma si sperava che nel medio periodo l’accesso al mercato cinese diventasse più facile, eppure così non è. Tuttavia anche le imprese che non hanno una presenza in Cina si troveranno a competere con imprese cinesi che hanno un aiuto molto forte dal proprio Governo per acquisire tecnologie, finanziare ricerca e sviluppo, ecc. E se l’acquisizione di tecnologie dall’estero porta le imprese cinesi a integrarsi sempre di più nelle catene del valore globali (e questo sicuramente un fatto positivo) va anche notato come CM2025 metta un accento fortissimo sulle ‘Indigenous innovations’, cioè sulla capacità di sviluppare autonomamente nuove tecnologie.

La Cina sta quindi cercando di rispondere come Paese alle sfide poste da Industria 4.0. Non è detto che questo sia un approccio vincente. Non sempre le politiche top-down funzionano specialmente in contesti dinamici come quelli relativi alle nuove tecnologie. Tuttavia le dimensioni del Paese sono in grado di cambiare – almeno in parte – le regole del gioco. Di questo dovranno tenerne conto sia le imprese sia le autorità politiche ai vari livelli, Governi nazionali ma soprattutto l’Unione europea che è per dimensione l’Istituzione più adatta per poter negoziare con la Cina.

L’articolo è stato pubblicato sul numero di Maggio 2017 di Sistemi&Impresa.
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Giorgio Prodi

Giorgio Prodi è Docente di Economia e Management presso l’Università di Ferrara e presso la Bologna Business School.

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