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A proposito di braccialetti e di Fabbrica 4.0

Alti lai si levano da più parti contro i ‘braccialetti’ di Amazon (leggi la news dei brevetti di Amazon sui braccialetti). Tra le varie voci, anche quella autorevole del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Suo il tweet messo in Rete alle 15:04 del 2 febbraio 2018: “Chiarito ad #Amazon che “braccialetti” non si usano e non si useranno in Italia. Bene investimenti, ma con qualità del lavoro”. Calenda è meritevole promotore del Piano Nazionale Industria 4.0, il cui scopo consiste nel “supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, in beni materiali e immateriali (software e sistemi IT) funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi”. Non sfuggirà a nessuno, credo nemmeno al Ministro, che i ‘braccialetti’ di cui ora si parla fanno parte di quegli “strumenti di trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi“, di cui tramite il Piano si cerca di favorire la diffusione. Non si tratta nemmeno di una novità. Di computer indossabili – wearable technology, wearable device, dispositivi indossabili – si parla da tempo. Almeno dagli Anni 60. Visori di realtà aumentata, occhiali intelligenti sono esempi noti a tutti. Ma forse l’esempio più chiaro sono gli smartwatch, orologi intelligenti, di cui i ‘braccialetti’ non sono che una evoluzione. La mera funzione di indicare l’ora diventa irrilevante. Il dispositivo appare ora come tracker, tracciatore. Tracciatore che misura i dati relativi al comportamento personale: i passi compiuti, i metri o i chilometri percorsi, i gradini saliti, la qualità del sonno, i comportamenti del nostro cuore… Possiamo datarne l’avvento attorno al 2007. Venne lanciato in quell’anno da Kevin Kelly e Gary Wolf -negli Anni 90 due dei personaggi chiave della rivista Wiredil manifesto del Quantified Self, “self knowledge through numbers“, conoscere se stessi attraverso i numeri: monitorare la nostra salute, tenere traccia del nostro agire. Nello stesso anno è fondata Fitbit, società dedicata alla produzione di activity trackers destinati al mercato consumer: fitbit finisce per diventare sinonimo di activity tracker. Il dispositivo indossabile nato per il mercato consumer, per accompagnarci nella nostra vita personale, finisce per convergere con i dispositivi nati per accompagnare le persone nel lavoro: sempre attorno al 2007 l’impresa italiana Eurotech presenta Zypad, Wrist Worn Computerfor instant access to computing capabilities while the wearer is carrying out tasks in the field“. Non so cosa in più ha il braccialetto di Amazon di cui si parla tanto in questi giorno. Non credo molto. Dunque, dove sta lo scandalo? Il Piano Nazionale Industria 4.0 si propone di “favorire il salto tecnologico e la produttività“, considera quindi necessaria la diffusione presso le imprese italiane di strumenti di “realtà aumentata a supporto dei processi produttivi”. Il ‘braccialetti’ rientrano a pieno titolo tra questi strumenti. C’è quindi semmai da auspicare che, in virtù del Piano, sempre più operai e tecnici italiani lavorino con computer da polso, ovvero ‘braccialetti’: vorrà dire che questi operatori lavorano in imprese capaci di produrre in modo efficace, a costi competitivi. Il timore dei lavoratori può ben essere compreso. Ma è importante dire che i ‘braccialetti’ – che così bene si prestano a retoriche dichiarazioni buone per la polemica politica di breve termine – sono il bersaglio sbagliato. Lo stesso controllo oppressivo che si attribuisce ai ‘braccialetti’ potrebbe essere esercitato – e forse è già esercitato – attraverso altri dispositivi presenti nello stabilimento: sensori, telecamere, interfacce di diverso tipo. Ora – questo e non altro il senso è il senso della Fabbrica 4.0 – non contano più i singoli elementi, conta la presenza pervasiva e ubiqua e integrata di strumenti, basi dati, capacità di calcolo e algoritmi. La Fabbrica 4.0 è un sistema integrato, una Rete. Il suo senso e i suoi difetti non possono essere cercati in un singolo elemento periferico (il ‘braccialetto’ o una qualsiasi la singola macchina). Non solo: lo stesso essere umano, interfacciato con le macchine, fa parte di  un sistema. Si parla di Internet of Things, Internet delle Cose, ma con più precisione dovremmo dire Internet of Entities, Internet degli Enti, dove sia gli enti-esseri-umani sia gli enti-cose – macchine di produzione, oggetti frutto di un processo di produzione – sono connessi alla stessa Rete. Possiamo vedere molte analogie tra la nuova fabbrica digitalizzata e la fabbrica fordista. Lì a governare il processo produttivo è la catena di montaggio. Qui, nella Fabbrica 4.0, gli spazi di autonomia degli esseri umani sono ritagliati nelle regole – software, algoritmi – che governano il sistema informativo. La “qualità del lavoro“, giustamente difesa da Calenda, non fu cercata ai tempi del fordismo attraverso la rinuncia alla catena di montaggio, semmai cercando una sua evoluzione verso ‘isole di lavoro’. Così oggi la qualità del lavoro non può essere oggi cercata nel bandire i ‘braccialetti’. Invece di guardare ai ‘braccialetti’, o ad altri singoli strumenti di rilevazione, dovremmo preoccuparci dei dati che vengono rilevati, conservati e utilizzati. Dovremmo preoccuparci di comprendere il disegno, la strategia, l’architettura complessiva del sistema Fabbrica 4.0. Dovremmo guardare al software, al codice digitale, ai programmi, agli algoritmi: alla ‘mente’ che regola la gestione, l’organizzazione e il funzionamento dello stabilimento: è lì che stanno scritte le regole – e magari gli indebiti controlli, le vessazioni – imposti al lavoro umano.

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Francesco Varanini

Francesco Varanini ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione, dell’Information Technology e del marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per dodici anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa. Attualmente tiene cicli di seminari presso l’Università di Udine. Nel 2004, presso la casa editrice Este, ha fondato la rivista Persone & Conoscenze, che tuttora dirige. Tra i suoi libri, ricordiamo Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (edizione Este), Macchine per pensare.