Digitalizzazione, infrastrutture e competenze: i tre asset per sostenere il manifatturiero del futuro

Tags: Digital Transformation, Industry 4.0, Marco Taisch, smart manufacturing, world manufacturing forum

Dal World Manufacturing Forum che si è tenuto il 3 e 4 maggio a Barcellona le sfide per l’industria manifatturiera. Parla il responsabile scientifico dell’evento, Professor Marco Taisch, Politecnico di Milano – Manufacturing Group.

 

 

Llotja del Mar, Barcellona.

Due giorni di lavori, 34 paesi coinvolti, 450 partecipanti, di cui il 55% profili legati al mondo dell’imprenditoria e il 12% profili istituzionali. Un appuntamento, il World Manufacturing Forum, che conferma una presenza di imprese significativa e una rappresentanza istituzionale a testimonianza dell’attenzione che merita il comparto manifatturiero. Italia, Germania, Francia, Spagna, Carolina del Sud, Messico e Sudafrica i Ministeri rappresentati. Una presenza politica di grande rilevanza a supporto del sostegno che è importante riservare all’industria manifatturiera per garantire il progresso economico e sociale. Tre i temi che Marco Taisch, organizzatore e responsabile dell’evento, ha portato alla luce: opportunità derivanti dalla digitalizzazione, necessità di adeguare le infrastrutture e aggiornamento delle competenze.

La digitalizzazione è una via obbligata…


Industry 4.0 o Smart Manufacturing sono espressioni che sottendono il tema della digitalizzazione e gestione dei big data. La digitalizzazione porta con sé l’opportunità di creare nuovi servizi e nuovi modelli di business; non va vista dunque solo come veicolo per la riduzione dei costi e il miglioramento dell’efficienza del sistema manifatturiero ma come elemento di discontinuità e fattore abilitante per la creazione di nuovi prodotti e servizi. Questo l’elemento significativo emerso.

Un fattore abilitante che va supportato dall’infrastruttura. A che punto siamo?


Questo secondo aspetto è legato a rischi e opportunità: il digitale consente di fare business in maniera molto più snella e veloce perché abbatte le barriere geografiche (è possibile fare riunioni e incontri di business in tutto il mondo senza doversi spostare, mandare un ordine di un prodotto via internet in qualsiasi zona del mondo senza dover usare un telefono) e il rischio per le Pmi è che se non si digitalizzano velocemente e, in maniera corretta, rischiano di rimanere escluse da un mondo che si sta virtualizzando. Le grandi imprese hanno know how e capacità di investimento mentre le Pmi potrebbero rimanere escluse da questa veloce innovazione. La velocità sta aumentando, e rimanere ai margini è un rischio reale. A questo si lega, appunto, il tema delle infrastrutture. Per fare business serve la banda larga, una risposta che deve arrivare dalle istituzioni. La sensibilità dell’imprenditore in questo frangente conta meno, a differenza della disponibilità dell’infrastruttura che consente di fare business.

Siamo pronti a gestire tutto questo?
Il terzo tema riguarda infatti skill e competenze. La velocità dell’innovazione tecnologica è talmente elevata che la velocità con la quale formiamo ed educhiamo le nuove competenze rischia di non tenere il passo. Siamo sempre in qualche modo alla rincorsa. La disponibilità di competenze in grado di gestire questa rivoluzione tecnologica non è adeguato rispetto alle esigenze del mercato. E questo è un fatto. Pensiamo alla robotica, che non sottrarrà occupazione, ma serviranno competenze sempre più qualificate in grado di governare le nuove macchine che entreranno nella filiera produttiva.

Cosa si può fare?


Innanzitutto c’è un tema di consapevolezza, che non è ancora completamente diffusa. Dopodiché c’è il problema di formare chi forma. Le università sono pronte, ma non si può dire altrettanto delle scuole medie superiori, che rischiano di preparare profili non adeguati. Non servono solo laureati ma anche tecnici e periti che oggi il sistema scolastico non prepara. Stiamo alimentando un gap che mostrerà la sua evidenza sempre più nei prossimi anni e varrà in generale per l’Europa, non solo per l’Italia.

Cosa possono fare le Pmi, tra problemi legati alla connettività e deficit di competenze?


Avvicinarsi alle nuove tecnologie, innanzitutto, capire che uso farne. Gli imprenditori devono essere consapevoli che questo mondo sta andando veloce e devono essere pronti a mettere in atto revisioni organizzative. La tecnologia non è sufficiente, sarà l’elemento fondamentale, ma andrà accompagnata a una capacità di riorganizzazione delle risorse. È il momento di avere evidenza delle competenze che servono e portarle a bordo, anche riorganizzando l’azienda.

Con l’Industry 4.0 cosa cambia rispetto alle innovazioni tecnologiche del passato?


C’è un vantaggio rispetto alla rivoluzione informativa che abbiamo vissuto qualche anno fa con l’installazione ad esempio dei sistemi ERP, monolitici e pervasivi. Sistemi che richiedevano grandi investimenti e tempi lunghi di implementazione. Industry 4.0 non è niente tutto questo, si può sviluppare con una modalità incrementale e modulare: grazie al fatto che è basata su tecnologie distribuite, è possibile intervenire nell’impresa a macchia di leopardo e avere aree nelle quali si inizia ad investire lasciando altre aree a investimenti successivi. L’importante è iniziare a destinare una parte del budget annuale all’innovazione digitale. E mantenere l’aggiornamento su questi temi, anche seguendo le nostre prossime iniziative.

 

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