Produzione, creatività e talenti la via italiana dell’Industry 4.0

Tags: digitalizzazione aziende, digitalizzazione manifattura, Industry 4.0, innovazione italia, Marco Taisch

È il movimento tedesco per sostenere la digitalizzazione della manifattura.
Che coinvolge la politica, l’industria e i centri di ricerca per l’innovazione.
Anche in Italia è ora di aggiornarsi. Puntando sulle nostre peculiarità

Intervista a Marco Taisch, Professore di Advanced and Sustainable Manufacturing e di Operations Management del Politecnico di Milano

di Chiara Lupi

 

Il termine Industria 4.0 ricorre. Ma cosa intendiamo esattamente con questo termine? Innanzitutto occorre precisare che l’espressione è stata coniata nel 2011 in Germania e indica l’utilizzo delle tecnologie digitali per innovare la catena del valore nel settore manifatturiero. Ma fermarci al significato sarebbe riduttivo: Industry 4.0 rappresentail modello adottato da Berlino per sostenere la digitalizzazione della manifattura.
La Germania ha creato un vero e proprio movimento che prevede il coinvolgimento del mondo politico, industriale e dei centri di ricerca dedicato all’innovazione del settore manifatturiero. E l’Italia, che è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, comesi sta muovendo? Ne abbiamo parlato con Marco Taisch, Professore di Advanced and Sustainable Manufacturing e di Operations Management, Politecnico di Milano, Manufacturing Group, e membro del comitato scientifico del nostro progetto FabbricaFuturo. Con Taisch abbiamo cercato di fare il punto su quello che dovrebbe essere il modello dell’agenda Italiana per l’Industry 4.0.

 

 

Se parliamo di digitalizzazione del manifatturiero, a che punto siamo?
L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa e il mantenimento di questa posizione non può passare attraverso una generica innovazione tecnologica tradizionale, ma attraverso un processo di digitalizzazione dell’intero comparto manifatturiero. Tutte le tecnologie informative devono favorire la connettività delle imprese. Questo passa attraverso tre livelli di innovazione.

Possiamo approfondire?
Il primo livello è lo smart product e cioè la realizzazione di prodotti intelligenti e connessi; il secondo livello è lo smart manufacturing, cioè la produzione di prodotti e servizi supportato da tecnologie informative; il terzo livello riguarda la creazione di nuovi modelli di business che sfruttino le potenzialità della connettività di cui accennavo poco prima. Questi sono tre elementi chiave di successo e imprescindibili che le imprese devono perseguire per mantenere la loro competitività.

La Germania non si è limitata a dichiarazioni di intenti, ha adottato una strategia per la digitalizzazione del manifatturiero…
Berlino ha compreso l’importanza di questo fatto e ha avviato azioni concrete: Industrie 4.0 (per usare il nome originale tedesco) èun’iniziativa che parte dal basso, da aziende leader fornitrici di queste tecnologie (come Siemens, Bosch e Sap) che hanno intuito quanto i loro prodotti potessero essere funzionali per l’innovazione del manifatturiero. Questo l’ha capito bene anche il governo tedesco e dall’alleanza tra industria e governo nasce la forza dirompente di Industrie 4.0, diventato sinonimo di smart manufacturing. Passa a questo punto in secondo piano il fatto che Industrie 4.0 sia il modello tedesco per il manifatturiero del futuro. È la logica sottostante a questo modello a essere vincente: una alleanza forte tra mondo politico, industria e mondo produttivo.

Un modello che dovremmo adottare, tenendo conto però delle nostre specificità…
Certo, perché si tratta di un’iniziativa interessante dal punto di vista dei contenuti tecnico scientifici, una grandissima opportunità e una potentissima leva di marketing per le imprese tedesche e per tutto il settore produttivo. Noi dovremmo fare altrettanto facendo tuttavia leva sulle nostre forze, sulle nostre caratteristiche peculiari e sulla forza del manifatturiero per rilanciare il nostro Paese. Sfruttando quest’onda di rinnovata attenzione del manifatturiero come motore dello sviluppo economico e sociale per il rilancio della competitività.

L’attenzione si sta spostando dalla finanza alla produzione.
Un bel segnale, non crede? Non parlare più di finanza, ma di manufacturing è un’opportunità che dobbiamo cogliere. Non possiamo più subire ritardi. Se ne stanno occupando anche Paesi meno forti e più piccoli rispetto all’Italia: sono certo che anche noi sapremo rispondere in modo adeguato alle esigenze del Paese.

 

 

Quale l’errore da evitare in questa fase delicata?
L’errore sarebbe copiare tout court il modello tedesco: un modello che per quella forte componente di spinta dal basso valorizza l’industria tedesca spinge all’estremo l’utilizzo dell’automazione, ma non contempla quei fattori distintivi di competitività che rappresentano invece la nostra forza.

A cosa si riferisce esattamente?
Alla creatività innanzitutto: nel modello tedesco si disperde. In Germania sono molto bravi a produrre, mentre questa caratteristica è meno sviluppata. Nel modello Industrie 4.0 manca tutta la parte che caratterizza il Made in Italy che invece noi abbiamo il dovere di valorizzare. Come Paese possiamo puntare a un manifatturiero digitalizzato per un design industriale avanzato. Questo è l’aspetto che dobbiamo presidiare.

Cos’altro ci caratterizza?
Le persone: nel modello tedesco non sono così valorizzate mentre noi siamo una vera e propria fucina di talenti.

Il nostro sistema produce ottime figure professionali che vanno valorizzate per non correre il rischio di perderle.
Non si tratta di intraprendere azioni mirate all’esclusiva protezione del posto di lavoro, ma di una gestione efficace di quella che viene definita talent driven innovation; per questo, nel nostro modello italiano, il tema delle persone e delle loro competenze deve assumere una grande rilevanza. La nostra responsabilità è dar vita a un modello che sappia salvaguardare questi aspetti altrimenti corriamo il rischio di perdere opportunità nella progettazione della ‘fabbrica del futuro’. Il nostro sistema un’attenzione particolare la deve prestare anche alle piccole e medie imprese… Certo, e questo è il terzo aspetto che seguea creatività e competenze. Abbiamo un tessuto industriale composto da PMI che rappresentano un elemento di valore e positività. Ma che incarnano anche un forte rischio che si annida nel digital divide. Come il digital divide riguarda le persone – e mi riferisco alla differente dimestichezza e abilità nell’uso delle tecnologie dei giovani rispetto alla popolazione più matura – le grandi imprese con risorse e competenze potranno sfruttare le potenzialità dell’innovazione tecnologica digitale mentre le Pmi rischiano di rimanere indietro. E restare indietro significa rimanere fuori perché non essere connessi equivale a rimanere esclusi dal business. Bisogna trasmettere con forza il messaggio che è necessario, vitale, connettersi e ridurre i rischi del digital divide.

Come?
Facendo comunicazione. Industrie 4.0 è diventato in Germania un grande movimento di comunicazione, un movimento di opinione, tutti ne parlano, anche i media e non solo gli addetti ai lavori. Questo vuol dire creare un fattore moltiplicatore su ogni iniziativa che si mette in atto. Il nostro dovere, oggi, è creare consapevolezza e awareness sul tema.

Anche perché, se l’economia italiane regge lo deve al settore manifatturiero…
È così, per questo dobbiamo aumentare la consapevolezza in merito all’importanza della digitalizzazione. Ma questa deve essere una responsabilità condivisa e collettiva: non sono azioni che un governo può fare da solo. Il governo deve mettere a disposizione risorse, ma l’effetto moltiplicatore si ha se tutti ne parlano e se il tema esce dal tavolo del dibattito per addetti ai lavori per diventare patrimonio collettivo. In questo senso si deve mettere in moto un’azione di sistema. Stimolata anche dai media.

Commenti (0)

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    Bruno Lodi

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    Credo che, volendo diffondere lo smart manufacturing in Italia, vadano tenute ben presenti le caratteristiche del nostro tessuto industriale, fatto di molte piccole aziende, spesso eccellenti nelle rispettive nicchie, ma strutturalmente deboli.
    Ciò, a mio avviso, porta a due criticità:
    -) un deficit culturale ed organizzativo, che rende difficile per le imprese comprendere le dimensioni e la complessità dell’evoluzione richiesta – non a caso definita una “rivoluzione industriale” – che non può essere affrontata come una semplice implementazione di nuovi strumenti;
    -) una oggettiva limitazione delle risorse che ciascuna impresa può mettere a disposizione di questi progetti, la cui complessità, che dipende da numerosi fattori strutturali, non è invece proporzionale alle dimensioni ed ai volumi, che d’altra parte in genere determinano la quantità di risorse che è possibile mettere in gioco.
    Sono convinto che, per affrontare e gestire al meglio queste criticità, nel Paese siano disponibili risorse e strumenti, per esempio (ma non solo):
    -) la tanta competenza manageriale oggi sul mercato, che potrebbe efficacemente collaborare per colmare il deficit culturale ed organizzativo delle imprese;
    -) gli strumenti per mettere in rete le aziende, così da portare all’elaborazione di soluzioni condivise che permettano di contenere gli oneri a carico di ciascuna impresa;
    ma per far fruttare tutto questo dovranno essere create “connessioni a valore aggiunto” fra una serie di luoghi dove tali risorse si trovano – istituzioni, associazioni imprenditoriali e professionali, accademia, etc. – spesso scarsamente utilizzate.
    Attivare e “mettere a sistema” tali risorse è quindi, a mio parere, uno dei compiti principali di coloro che operano per diffondere lo smart manufacturing nel nostro paese.

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