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Innovare con design e creatività, alla scoperta del Cluster MinIt

Tags: Cluster MinIt, design e creatività, Flaviano Celaschi, made in Italy, soft governance

Un’alleanza pubblico-privato per far dialogare in modo più fluido e strutturato le università e il mondo della ricerca con le aziende della filiera del “bello e ben fatto”: questo lo scopo del cluster del Made in Italy (MinIt) che, dopo una lunga gestazione, è stato costituito a novembre 2017 ed è, ora, diventato pienamente operativo.

Non è facile, a prima vista, capire perché si chiami cluster ‘tecnologico’: Flaviano Celaschi, Professore Ordinario di Disegno Industriale al Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, membro del Comitato Scientifico di Sistemi&Impresa e, dal 2018, Vicepresidente del MinIt, ha le idee chiare a riguardo.

“Nel sistema europeo dell’innovazione finanziata, scritto da tecnologi negli Anni 90, è molto difficile accettare e comprendere che i driver dell’innovazione siano sempre almeno tre: quello tecnologico e dei nuovi materiali; quello dei nuovi linguaggi espressivi; quello dei nuovi cambiamenti comportamentali delle persone”.

Questi tre aspetti vanno tenuti insieme e in particolare per beni Made in Italy diventa fondamentale farlo: “Il design e la creatività sono un collante senza il quale le tecnologie e le innovazioni non si trasformano in merci, ossia in beni e servizi compravendibili sul mercato”.

Immaginatevi una potente Ferrari “senza il suo brand, la sua comunicazione, la sua carrozzeria, il suo interior design, il suo merchandising… senza, insomma, una ‘corona di valori’ che sono sintetizzati per far vivere i beni e farli percepire nella loro integralità […] Quante persone pensiate che sappiano distinguere le prestazioni delle Ferrari (una qualsiasi della serie FF) del 2015 da quella che l’ha sostituita nel 2017? Siete davvero convinti che la tecnologia generi da sola il valore, perché il mondo intero, che adora il Made in Italy, è fanatico delle tecnologie?”.

Un giudizio deciso, dunque, quello del docente, secondo cui “nel tempo si è creato questo misunderstanding, ossia che il Made in Italy sia figlio delle tecnologie e dei materiali”. “Ovviamente, tecnologie e materiali sono una delle componenti che in alcuni settori (Aerospazio, Meccatronica, ICT) diventano centrali per la creazione del valore. Ma non nel Made in Italy”.

Non a caso, quando il Ministero della Ricerca, insieme con il Ministero dell’Economia, si è trovato a dover integrare i cluster esistenti, che non erano adeguati a rappresentare proprio il cuore del Made in Italy, ha chiamato il bando: “Design e creatività per il Made in Italy”.

Integrazione tra innovazione e budget

Il Cluster MinIt si colloca, dunque, su questa frattura tra due culture: secondo Celaschi, ha l’arduo compito di “far lavorare insieme due mondi che, ogni giorno, nelle imprese, nei mercati e nelle scuole di formazione si incontrano e cercano di capirsi, ma che quando si tratta di dover gestire un budget per l’innovazione diventano incapaci di integrarsi”.

Il docente ravvisa un limite significativo nella gestione italiana dei fondi comunitari: “I fondi comunitari, naturalmente, vanno rendicontati. È bene ricordare i tempi delle leggi sui capannoni a costo dello Stato, attraverso le quali è stato cementificato il Nord, cavalcando l’idea che l’innovazione si potesse fare solo avendo un nuovo capannone già obsoleto in cemento armato, che 10 anni dopo sarebbe crollato a causa del terremoto, perché non aveva nemmeno i pilastri interconnessi alle travi”.

Eppure, il capannone era rendicontabile, così come sono lo sono i macchinari, le attrezzature, la formazione all’uso delle tecnologie: “È più difficile capire come giustificare un investimento in creatività e progetto, in cultura e formazione all’innovazione, in un living lab, una sessione di user experience: ecco perché”, continua Celaschi. “Abbiamo riempito l’Italia del Made in Italy di capannoni obsoleti e macchinari sottoutilizzati, convinti che il successo fosse solo frutto della chimica di un filato o della nobilitazione di un legname e non del genio e del sapere di chi lo ha disegnato quel tessuto”.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di giugno 2019 di Sistemi&Impresa.
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