Politiche territoriali, imprese al femminile e internazionalizzazione: così si esce dalla crisi

Tags: Alessia Rotta, Antonino Leone, diversità, internazionalizzazione, intervista, politiche territoriali, sostenibilità, sviluppo

Intervista a Alessia Rotta, Ricercatrice di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Verona

A cura di:
Antonino Leone

Alessia Rotta, Ricercatrice di Economia aziendale presso Universita' degli Studi di Verona

Alessia Rotta, Ricercatrice di Economia aziendale presso Universita’ degli Studi di Verona

Alessia Rotta è neoparlamentare del Partito Democratico, giornalista e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Verona in Economia aziendale. Appassionata del ‘modello Olivetti’, difende un’idea di sviluppo economico che sia sostenibile – prima di tutto – per il territorio. Si ispira ad Hannah Arendt quando dice che nella relazione donne e uomini trovano la loro libertà per la creazione di uno ‘spazio comune’.

Ci racconta la sua storia: dagli studi e dalla professione all’impegno politico?
Dopo gli studi classici a Verona mi sono trasferita a Bologna e poi in Francia per gli studi in comunicazione. Mai avrei pensato di diventare giornalista, come è accaduto, per una televisione locale, Telearena, di Verona. È qui che mi sono appassionata per alcuni dei temi che sono e rimangono per me domande centrali di vita e della società: il benessere, il lavoro, le questioni femminili. Così risalendo la china, alla ricerca di risposte alle domande che venivano dalla strada, dai servizi televisivi di tutti i giorni, sono approdata, da un lato all’Università, in un dottorato di ricerca dove sto studiando il modello di Adriano Olivetti, dall’altro ho osservato e interrogato la politica, mi sono incuriosita, ho visto un mondo autoreferenziale, da un lato, un mondo che stava incrinandosi d’altro canto.

Nella sua città, Verona, ha sostenuto e partecipato a manifestazioni delle donne. Può descrivere tali manifestazioni e gli obiettivi che vi siete poste?
Il pensiero femminile ha radici profonde in riva all’Adige, basti pensare alla scuola di filosofia dell’Università di Verona, ma anche alla consulta delle associazioni femminili che conta quasi un centinaio di associazioni. Non stupisce perciò che qui il grande movimento che ha fatto irruzione sulla scena italiana –‘Se non ora quando’ – abbia trovato grande eco.

Quali obiettivi intende perseguire attraverso il suo impegno politico anche con riferimento alla parità di genere?
Oggi la questione sociale e la crisi economica minano la tenuta del Paese, da sempre, in situazioni analoghe, come nel dopoguerra, le donne hanno contribuito moltissimo a uscire dall’impasse. Un welfare a misura di donna significa benessere per la società, di questo sono convinta, come sono convinta, sulla scorta di ricerche europee, che i Paesi dove più donne lavorano siano Paesi che aumentano il proprio Pil.

Sembra affermato che il mondo abbia bisogno dei talenti naturali delle donne dopo un lungo periodo di sottovalutazione del loro apporto innovativo. Quali sono le capacità specifiche delle donne a differenza di quelle degli uomini?
A questa domanda troppo spesso abbiamo risposto elencando le differenze, le propensioni naturali della donna, la cura, l’ascolto e via discorrendo. E certo le differenze ci sono e sono una ricchezza, ma credo che sia maturo il momento del riconoscimento reciproco delle identità di donne e uomini come risorsa per la società intera. Mutuerò le parole di Hannah Arendt «La donna (l’uomo) può essere in armonia con se stesso se esiste un accordo di due o più suoni; per essere uno ella/egli ha bisogno degli altri. Solo nel rapporto con gli altri ella/egli può vivere l’esperienza della libertà». E sempre seguendo la grande pensatrice penso che il ruolo delle donne nella società sia da conquistare a partire dalla pluralità e dalla differenza. È solo dal confronto tra uomini e donne che nasce e può nascere la totalità: nello spazio politico esistono persone con valori diversi e linguaggi differenti che si possono confrontare per creare uno spazio comune.

Le donne che rivestono ruoli di comando sono meno simpatiche rispetto agli uomini?
Vorrei rispondere a questa domanda con una battuta: la caratteristica simpatia è forse attinente al ruolo dirigenziale? Ci chiediamo se i capi maschi sono simpatici? Non voglio certo polemizzare, quanto piuttosto mettere a soqquadro i nostri schemi mentali, i discorsi che facciamo in molti contesti, dal più alto alle chiacchiere al caffè. Magari le donne in posizione apicale sorridono meno per non essere fraintese o per esigere maggiore rispetto, magari la scorza si è indurita sulla strada della rivendicazione di diritti che la donna si è sudata di più di un uomo, nel senso che per arrivare in cima ha dovuto portare sulle spalle uno zaino più pesante e lo ha dovuto portare senza voler, giustamente, rinunciare a tacchi e gonna.

Quali interventi urgenti potrebbero essere adottati per sostenere le imprese – particolarmente le Pmi – che si trovano in difficoltà a contrastare le condizioni di povertà?
Gli interventi urgenti per le Pmi sono tutti noti e scritti nero su bianco: ci vuole meno burocrazia, che se è onerosa per le grandi imprese lo è di più per le piccole e medie, stesso discorso per la tassazione iniqua e insostenibile, non ultima quella sulla Tares. L’altro grande tema è l’accesso al credito: negarlo rende impossibile la stessa sopravvivenza delle aziende. In questo Paese non bastano neppure i suicidi degli imprenditori a dare segnali: anche la politica deve cambiare i suoi tempi per l’urgenza che il Paese vive. È necessario introdurre il reddito minimo di cittadinanza, come chiesto con migliaia di firme in una legge di iniziativa popolare, per contrastare le condizioni di povertà nel nostro Paese e razionalizzare i molti strumenti esistenti circa il sostegno sociale. Mentre altre misure, a partire da un’analisi accurata, sono da trovare per risolvere l’anomalia italiana: la forbice larghissima tra poveri e ricchi, un divario che è cresciuto di sette volte dal 1960 ad oggi.

Di recente è stato sottoscritto un accordo dal Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico per la costituzione di una sezione speciale del Fondo Centrale di Garanzia dello Stato per sostenere l’imprenditoria femminile. Ritiene utile tale intervento e per quali motivi?
Lo saluto come uno dei provvedimenti che vanno nella giusta direzione, per due motivi, primo perché sappiamo che l’inaccessibilità al credito è una delle note dolenti del fare impresa, secondo perché è una misura a favore dell’imprenditoria femminile e quindi coglie nel segno l’indicazione: se le donne lavorano il Pil cresce. Nel 2012 sono nate 7 mila nuova imprese, a farle nascere sono state donne: nel turismo, in agricoltura, nella sanità e nell’assistenza sociale.

Immediatamente dopo la parificazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini nel settore pubblico sono state presentate proposte e disegni di legge finalizzati a utilizzare tali risparmi a favore delle donne senza pervenire ad alcuna approvazione. L’attuazione di provvedimenti di detassazione del lavoro femminile può incrementare l’occupazione delle donne?
Non rubo le parole di nessuno, ma nel disegno di legge presentato al Senato – primo firmatario il giuslavorista Pietro Ichino a favore della detassazione del lavoro femminile – ci sono le prove scientifiche. Un esperimento che dimostra come la detassazione del lavoro femminile, favorisca l’offerta e quindi l’occupazione delle donne, tanto da riuscirne a dimostrare con precisione gli effetti dell’incentivo economico. Anche perché molti studi dimostrano che detassando il lavoro femminile le donne, a differenza degli uomini, meno sensibili su questo punto, lavorano di più e più volentieri quando la loro retribuzione aumenta.

In Italia vi sono imprese che, nonostante la crisi economica accompagnata dalla recessione, sono rimaste competitive nel mercato globale. Altre invece incontrano gravi difficoltà. Quali fattori e quali capacità distintive le imprese devono possedere per avere successo?
I fattori del successo delle imprese oggi sono l’internazionalizzazione e l’innovazione, spesso due facce della stessa medaglia. ma ancor più direi, ciò che mi interessa maggiormente, sono le imprese che hanno allargato lo sguardo. Non solo fuori da sé ma dentro alle proprie mura. Mi piace ricordare quanto ha fatto recentemente Mario Cucinelli, che ha ripartito l’utile dell’impresa tra i lavoratori. Credo che il benessere aziendale, la ricerca pervicace di questo costituisca un fattore di sviluppo sostenibile fondamentale.

Considerate le condizioni economiche e finanziarie del paese, è possibile conseguire un interesse comune tra gli imprenditori e i lavoratori?
Il mio mito è e rimane Adriano Olivetti: oggi manager e sindacati parlano di patti territoriali e di condivisione di gestione aziendale tra lavoratori e dirigenti o titolari. Negli anni ‘50 non solo Olivetti studiò e cercò di portare il modello della svizzera Zeiss alla Olivetti di Ivrea,con una partecipazione piena da parte dei lavoratori, ma promosse, come noto, a tutti i livelli il benessere, la crescita prima che economica umana dei propri dipendenti, delle loro famiglie e del territorio tutto.

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