Rilanciare la cultura d’impresa per far crescere le PMI

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Carlo Robiglio, Presidente di Piccola Industria di Confindustria

Appena insediato alla Presidenza di Piccola Industria di Confindustria, Carlo Robiglio ha messo le cose in chiaro: “La dimensione aziendale è una condizione da superare, perché quello che conta davvero è la capacità della imprese di stare sul mercato”. D’altra parte, se l’Italia vuole rilanciarsi è necessario che le PMI facciano la loro parte.

Stiamo infatti parlando di 136.114 società (di queste 112.378 rientrano nella definizione di ‘piccola impresa’ e 23.736 in quella di ‘media impresa’), secondi i dati del Rapporto Cerved PMI 2016; le PMI hanno generato ricavi pari a 852 miliardi di euro, un valore aggiunto di 196 miliardi di euro, che tradotto vuol dire il 12% del Pil. Considerando solo le Piccole imprese, queste danno lavoro a al 61% dei lavoratori (autonomi e dipendenti) del nostro Paese, come evidenziato dalla Cgia di Mestre: addirittura il 50,7% del totale presta la propria attività lavorativa nelle microimprese al di sotto dei 20. “È determinante la qualità e la lungimiranza dell’imprenditore”, spiega quindi Robiglio, invitando i capi azienda a “coniugare radicamento alla comunità e vocazione internazionale creando ecosistemi industriali sostenibili”.

In questo scenario, Piccola Industria ha un ruolo decisivo, che il nuovo Presidente riassume così: “Dobbiamo diventare il più grande laboratorio di crescita del Paese, capace di ascoltare il territorio, fare sintesi delle diverse istanze mettendole a fattor comune”. Vuol dire agevolare il cambiamento affinché le PMI siano indirizzate verso “percorso di consapevolezza della propria forza e di inevitabile crescita”: “La crescita delle PMI deve diventare un mantra e nei prossimi anni ci impegneremo per sviluppare un vero e proprio ‘Piano Marshall’ della cultura d’impresa”.

Tra le sue prime dichiarazioni da Presidente di Piccola Industria ha detto di non amare questa definizione dell’associazione di Confindustria che riunisce le aziende fino a 50 dipendenti. Proprio vero che piccolo, ormai, non è più sinonimo di bello?

La dimensione oggi è una condizione da superare: ciò che conta davvero è la capacità di stare sul mercato. Questo è possibile puntando sulla capacità di innovare, aprire il capitale e migliorare la governance; in sintesi facendo crescere l’impresa a tutto tondo. È determinante la qualità e lungimiranza dell’imprenditore: ciò che conta davvero è essere grandi imprenditori di piccole, medie o grandi imprese. Le PMI in Italia rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo e sono da sempre attori fondamentali del territorio in cui operano, promotori del benessere e della crescita sociale, culturale e morale della comunità di riferimento. La carta vincente diventa saper coniugare radicamento alla comunità e vocazione internazionale creando ecosistemi industriali sostenibili che sappiano crescere o rendere il fattore dimensionale un punto di forza. In questo contesto Piccola Industria deve diventare il più grande laboratorio di crescita del Paese, capace di ascoltare il territorio, fare sintesi delle diverse istanze mettendole a fattor comune.

Il Piano Nazionale Industria 4.0 ha una matrice tedesca ed è stato pensato per lo sviluppo di aziende a elevato tasso di automazione: la nostra sfida è calare la rivoluzione digitale all’interno del nostro tessuto economico. Che cosa è urgente fare?

Dobbiamo aiutare gli imprenditori a comprendere i cambiamenti epocali che stanno trasformando la vita di ciascuno – non solo quella delle imprese – e spronarli a coglierne tutte le opportunità. La quarta rivoluzione industriale è, infatti, un’immensa forza centrifuga che se non vogliamo rimanere ai margini della competizione globale dobbiamo comprendere e governare, opponendo la forza centripeta dei valori e della nostra storia.

Le grandi aziende possiedono know how e hanno disponibilità di investimenti che non sono comparabili. Come fare per evitare che le piccole e medie imprese non restino indietro?

La differenza non è data solo dalle dimensioni, ma sempre di più dalla capacità di innovare e di adattarsi ai cambiamenti. Noi non vogliamo lasciare indietro nessuno. In questo scenario Piccola Industria diventa un fondamentale agente di cambiamento per guidare le PMI in un percorso di consapevolezza della propria forza e di inevitabile crescita. Bisogna cogliere la sfida 4.0 non solo per le agevolazioni esistenti a favore degli investimenti digitali, ma ampliando il concetto di innovazione dall’ambito meramente tecnologico al welfare, alla finanza, alla sicurezza, solo per citarne alcuni. È quanto mai necessario sostenere la crescita qualitativa delle imprese, anche attraverso la loro dimensione manageriale, e far emergere l’innovazione presente nel Dna delle PMI valorizzando gli ecosistemi di business. L’imperativo deve essere creare valore aggiunto attraverso la contaminazione e la collaborazione.

I dati Istat ci fotografano un’Italia che vede aumentare la produzione industriale del 2,4% su base annua. Siamo fuori dalla crisi?

L’economia sembra aver invertito la direzione di marcia, con il Pil a +1,5%, l’export a +7% e gli investimenti privati a +30%, ma siamo ancora in una fase delicata. Bisogna tenere la barra dritta, consolidare ciò che di positivo è stato fatto e proseguire lungo il cammino delle riforme se vogliamo traghettare il Paese fuori dalla crisi.

C’è una correlazione tra dimensione e redditività, il gap tra le grandi aziende e le piccole è ancora significativo: esiste una ricetta per ridurlo?

La quarta rivoluzione industriale ha trasformato il mercato in modo irreversibile e nello scenario attuale i veri campioni sono le imprese leader nei settori di nicchia. Chi può riuscire meglio delle nostre PMI in questa sfida? Si vince coniugando i prodotti su misura del Made in Italy con l’innovazione e l’apertura internazionale.

Le imprese che puntano sull’Industria 4.0 registrano impatti positivi, ma il problema è culturale, legato alle competenze che mancano, alla carenza di figure professionali adeguate a supportare la digitalizzazione. Che strategia suggerisce ai nostri imprenditori?

Con la legge di Bilancio viene introdotto il credito di imposta per le spese di formazione del personale in chiave Industria 4.0, uno strumento fondamentale per scongiurare la disoccupazione tecnologica e adeguare il capitale umano. Ci sono poi i Digital Innovation Hub, sviluppati su impulso del sistema Confindustria, che svolgono un ruolo cruciale nel superamento del gap culturale e nella diffusione di nuove idee e tecnologie. Devono diventare i pilastri su cui costruire la digitalizzazione delle imprese e, se adeguatamente presidiati, sono fondamentali per garantire che anche i bisogni delle aziende più piccole vengano intercettati.

Il piano Industria 4.0 è entrato nella fase due. Il piano Impresa 4.0 la convince?

Sono stati ottenuti risultati importanti e tangibili: il Governo ha recepito le richieste delle imprese e le ha trasformate in azioni e opportunità concrete di crescita. Sono finalmente ripartiti gli investimenti privati che hanno trainato la crescita del Pil e delle esportazioni. Strumenti di politica economica come l’Iperammortamento, la proroga del Superammortamento e della Nuova Sabatini, e il credito d’imposta per ricerca e sviluppo, rappresentano tasselli indispensabili di questo piano di rilancio industriale. Il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha il grande merito di aver creato un contesto in grado di incentivare gli imprenditori lungimiranti a cogliere le opportunità della rivoluzione digitale. Ora dobbiamo proseguire sul sentiero delle riforme senza rallentare il passo.

Per le PMI tema spinoso resta l’accesso a credito. Ma finanziare progetti di innovazione è fondamentale. Al di là degli incentivi, i nostri imprenditori, che strumenti hanno?

Serve un cambio di mentalità: la chiave di volta è costituita dalla finanza per la crescita e dalla capacità delle imprese di valorizzare gli asset intangibili, di mettere al centro il capitale umano e la formazione, di accedere a soluzioni complementari o alternative al credito bancario. È poi indispensabile fare un lavoro di squadra con il sistema bancario per supportare le aziende nel percorso di innovazione e digitalizzazione. Un esempio tra tanti è l’accordo triennale con Intesa SanPaolo Progettare il futuro che mette a disposizione un plafond di 90 miliardi di euro a sostegno della competitività e della trasformazione delle imprese per cogliere le opportunità offerte dalla quarta rivoluzione industriale. Oppure il programma Elite di Borsa Italiana, che come Confindustria abbiamo sostenuto e promosso sin dal suo avvio nel 2012, dedicato alla formazione e al tutoring delle aziende che vogliono intraprendere un percorso di sviluppo organizzativo e manageriale.

Il Governo è in una fase di transizione, cosa prevede per i prossimi mesi?

Non possiamo permetterci nessuno stallo né cedere alle lusinghe delle promesse elettorali irrealistiche e insostenibili dal punto di vista delle risorse. Al di là dei risultati della competizione elettorale, ciò che conta davvero è tenere al centro la ‘questione industriale’ nell’interesse nazionale e non solo di una parte del Paese. L’industria rappresenta il principale motore economico e dell’occupazione per questo bisogna andare avanti sulle riforme positive e sui provvedimenti con un effetto tangibile sull’economia reale. Non esiste dicotomia tra famiglia e impresa, i giovani assunti dalle imprese sono i figli delle famiglie italiane. Con le Assise di Confindustria a Verona metteremo a punto un’agenda di medio termine da presentare ai partiti con una serie di misure su tutti i temi con un focus particolare su lavoro e giovani.

Che obiettivi si è dato come Presidente della Piccola Industria?

Non ho fatto un programma perché ritengo debba nascere dall’ascolto dei territori. Sono però tre gli assi portanti che guideranno la mia presidenza: responsabilità sociale, cultura d’impresa – declinata anche su giovani e scuola – e crescita trainata dall’innovazione. La crescita delle PMI deve diventare un mantra e mai come oggi è necessario riaffermare il senso di identità e la responsabilità che la rappresentanza comporta. Dobbiamo diventare un punto di riferimento per il Paese andando a ricoprire quello spazio politico che dà voce all’impresa e che è fondamentale esista e venga presidiato. Nei prossimi anni ci impegneremo per sviluppare un vero e proprio ‘Piano Marshall’ della cultura d’impresa. Cultura d’impresa significa prima di tutto consapevolezza del ruolo sociale delle aziende e capacità di trasmettere i nostri valori alle nuove generazioni. Dovremo essere protagonisti sia come imprese che innovano e creano valore sia come cittadini responsabili del futuro dei nostri figli.

Chiara Lupi

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 sceglie di diventare imprenditrice partecipando all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige Sistemi&Impresa e pubblica dal 2008 su Persone&Conoscenze la rubrica che ha ispirato il libro uscito nel 2009 Dirigenti disperate e Ci vorrebbe una moglie pubblicato nel 2012.Le riflessioni sul lavoro femminile hanno trovato uno spazio digitale sul blog www.dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager.

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