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Le donne raccontano le macchine

Tags: innovazione tecnologica, Intelligenza Artificiale, quarta rivoluzione industriale, uomo 4.0

Da quando è stato invaso dalle macchine dette computer, il mondo in cui gli esseri umani vivono non è più quello di prima. Ci viene narrato un futuro nutrito di Artificial Intelligence, Machine Learning, Internet of Things, Big data, Industry 4.0. Macchine che imparano da sole, automobili che si guidano da sole, robot in ogni posto di lavoro. Ricerche e scenari si susseguono, rincorrendosi l’un l’altro. Alcune previsioni appaiono credibili: nel 2030 robot lavoreranno come commessi in un negozio. Altre, più inquietanti, lasciano più dubbi: nel 2053 robot sostituiranno i chirurghi umani. Fino alla profezia finale: nel 2130 tutti i lavori svolti da esseri umani potrebbero essere svolti da software, robot, automi, algoritmi.

luddismoLe narrazioni riguardanti questa nuova scena sulla quale saremo – e in buona misura già siamo chiamati a vivere, ci spiazzano. Figli di un’epoca di specializzazione, questi esperti trascurano due circostanze. Uno: noi esseri umani, durante la nostra lunghissima storia, abbiamo attraversato in passato altre rotture, altre catastrofi. Due: l’essere umano si nutre di narrazioni, di storie, di elaborazioni simboliche. I racconti permettono di leggere il presente e di guardare al futuro. Perciò, un buon modo di guardare alla Digital disruption e alle sue conseguenze è tornare indietro di 200 anni, ai tempi della Rivoluzione industriale. Anche allora noi esseri umani abbiamo vissuto la sensazione di vederci sottratto quel vitale alimento, quell’essenziale aspetto della vita che è il lavoro. Oggi possiamo dire che allora, di fronte a quella minaccia, siamo stati capaci di trovare una buona via.

Lord Byron

La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith – il testo preso a segno della Rivoluzione Industriale – esce nel 1776. Tre anni dopo, secondo una tradizione popolare non provata storicamente, a Nottingham l’operaio Ned Ludd, o forse Edward Ludlam, fracassa a martellate un telaio. La macchina, qui, non appare più all’uomo come attrezzo, strumento al suo servizio, estensione della mente e del corpo. Appare come cosa che si contrappone all’uomo, rubandogli il lavoro e condizionandone la vita.

lord byron

La figura di Ned Ludd è l’eroe degli operai che a Nottingham, nel 1811 e poi di nuovo nel 1816, vedono nella macchina una minaccia. I luddisti, operai traditi dalla macchina, mossi più dall’emozione che dalla ragione, agiscono di notte, mascherati. Distruggono i telai per le calze e per i merletti. Sono presto imitati dagli operai dello Yorkshire, del Lancashire, del Derbyshire, del Leicestershire.

Nel 1812 si discute alla Camera dei Lords l’approvazione del Frame Breaking Act, norma tesa a reprimere i moti luddisti. Partecipa al dibattito Lord Byron: George Gordon Byron, sesto Baron Byron, Fellow of the Royal Society. Voce fuori dal coro, attenta alle motivazioni degli operai. “Queste macchine sono state per loro [gli imprenditori] un vantaggio, perché facevano venir meno la necessità di impiegare un certo numero di operai, lasciati di conseguenza a morire di fame. In particolare con l’adozione di un tipo di telaio, un uomo svolge il lavoro di molti, e i lavoratori superflui vengono licenziati. I loro [degli operai] eccessi, per quanto deplorabili e condannabili, certo non possono sorprendere”. All’approvazione del Frame Breaking Act, segue l’apertura, a York, di un processo di massa, che si conclude nel gennaio del 1813 con deportazioni, e con l’impiccagione di 15 operai. 

Charles Babbage

macchina analitica

La macchina analitica di Charles Babbage, il primo prototipo di un computer meccanico sviluppato per eseguire compiti generici

Nell’ottobre 1810, diciannovenne, Charles Babbage entra al Trinity College di Cambridge. Nel 1812 Babbage e altri nove studenti, tra cui John Herschel e George Peacock, sostenuti dall’unico professore che rispettano, Robert Woodhouse, fondano la Analytical Society. Per ragioni sia scientifiche che politiche, in Gran Bretagna, coperti dal genio di Newton, ci si rifiutava allora di tener conto delle ‘scuole continentali’ e in special modo dal ‘calcolo analitico’ di Leibnitz. E Woodhouse, non a caso, era costretto ai margini dell’accademia perché non dava per scontato il paradigma newtoniano.

L’apertura mentale di Babbage -che infastidiva i suoi insegnanti- è la sua forza: ben oltre le diatribe tra pensiero inglese e pensiero continentale, coglieva la novità. Ragionava senza confini. In un momento in cui le macchine iniziavano ad accompagnare l’uomo in ogni attività, quando addirittura non si sostituivano all’uomo, gli viene naturale immaginare una nuova tecnologia. È seduto nella sede della Società Analitica, la mente semidesta, di fronte a sé una tavola di logaritmi aperta sulla scrivania. Un amico entra e gli chiede “Ma cosa stai sognando?”. E lui, indicando quelle pagine, colonne e colonne di numeri: “Sto pensando che tutte queste tavole potrebbero essere calcolate da una macchina”. Il computer era allora la persona dedita a compiti di calcolo ripetitivo. Il suo lavoro, immagina, Babbage, può essere sostituito da una macchina.

Babbage concepisce così il Difference Engine: macchina specializzata, dedicata al calcolo di logaritmi e funzioni trigonometriche. I primi prototipi in scala ridotta datano al 1819, Nel 1823 il progetto è approvato, e finanziato dal governo. È una macchina ad ingranaggi ma i materiali non sono abbastanza buoni per resistere all’attrito. Il progetto langue, fino a essere definitamente chiuso nel 1842. Babbage non demorde. All’inizio degli Anni Trenta ha in mente una nuova macchina: l’Analytical Engine. Il primo computer general purpose mai progettato. O forse, qualcosa di più: nelle intenzioni, una macchina che non si limita a svolgere calcoli matematici, non solo un computer in senso stretto, quindi, ma invece una macchina in grado di emulare la mente umana.

Babbage aveva ben presenti i telai Jacquard. Non erano solo macchine mosse da motori prima idraulici e poi a vapore – liberando così l’uomo dalla fatica. I telai erano, anche, governati da nastri perforati. Nei nastri è codificato il sapere operaio, l’abilità dell’uomo capace di tessere tele dal disegno complesso, dai numerosi colori: broccato, damasco. Come il telaio Jaquard, l’Analytical Engine legge le informazioni codificate in nastri perforati. Babbage coglie per primo la sovrapposizione, la quasi-identità che lega ciò che chiamiamo fabbrica, cioè che chiamiamo macchina e ciò che chiamiamo computer.

La fabbrica è una macchina. La macchina è un sistema. L’uomo, prima al centro della scena, armato dei suoi strumenti, non è ora altro che un ingranaggio della macchina. Babbage, attorno al 1830 sta già pensando a una fabbrica come mente, e a una mente come fabbrica. Il lavoro è sempre anche ‘lavoro mentale’. Studiare l’organizzazione della fabbrica mostra come studiare la mente umana, e viceversa. Gli aspetti più sottili della rivoluzione digitale – l’idea di una intelligenza collettiva, cui le stesse singole menti umane appartengono; l’idea della fabbrica-rete; l’idea della fabbrica 4.0, dove il concetto di computer e il concetto di fabbrica si sovrappongono, fino ad identificarsi – tutte queste idee che oggi ci paiono nuovissime sono qui genialmente anticipate.

Charlotte Brontë

Pubblicato nel 1847 Jane Eyre sotto lo pseudonimo di Currer Bell, Charlotte Brontë riprende a scrivere l’anno dopo. Charlotte ambienta Shirley (1849) nel West Yorkshire. Nel romanzo, Robert Moore, giovane imprenditore, è costretto a investire nelle nuove tecnologie, i telai a vapore.

Charlotte Bronte

Charlotte Bronte

Non riuscirà altrimenti a risollevare l’impresa laniera, ereditata in pessime condizioni. Il suo intento cozza con il comune sentire dei suoi stessi familiari, degli appartenenti al suo ceto sociale. E cozza con le resistenze dei lavoratori. Le macchine devono essere protette dagli assalti, non vede alternativa al contrapporsi frontalmente ai lavoratori, frame-breakers, luddisti.

Siamo attorno alla metà dell’Ottocento. Il circoscritto timore dei luddisti di vedersi privati del lavoro a causa delle macchine è strettamente saldato ad un più vasto timore di veder sostituito l’uomo, nel proprio libero agire, da una qualche machinery.

Elizabeth Gaskell

Un diretto filo lega Charlotte Brontë a un’altra scrittrice inglese, Elizabeth Gaskell, autrice tra l’altro di The Life of Charlotte Brontë (1857), appassionata biografia.

Elisabeth Gaskell

Per Gaskell la scrittura è l’elaborazione di un lutto. Ha trentaquattro anni quando muore il figlio William, l’unico maschio. Si dedica allora, anche stimolata dal marito, alla scrittura. Quattro anni dopo, nel 1848, esce, anonimo, il primo romanzo, Mary Barton. North and South, quarto romanzo, scritto a quarantacinque anni, è l’opera di una donna matura.

North and South è il romanzo di Gaskell più precisamente dedicato a narrare dei riflessi sociali dell’inopinato apparire sulla scena sociale di questa nuova presenza: la macchina. Si parla machinery and men: noi esseri umani ci troviamo a sperimentare una nuova inquietante relazione. Si parla di power of the machinery, odiousness of the machinery. Non c’è niente di fantastico nella narrazione di Gaskell, solo attualità sociale, vita quotidiana: in questa nostra vita irrompe un nuovo ente, una presenza aliena, con un proprio corpo e un proprio mistero: the wood and iron machinery.

Un complessivo sistema si presenta all’uomo come nuovo ambiente: the whole machinery. Continual clank, groaning roar: sferragliamento, cigolio, clangore, stridore, gemito, rombo, rimbombo, ruggito. Interminabile, profondo suono fonte di paura.

Mary Shelley

Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin, è una giovane donna diciannovenne, quando nel 1817 inizia a scrivere Frankenstein; or, the modern Prometheus.

Mary è figlia di Mary Wollstonecraft, figlia a sua volta di un imprenditore tessile divenuto possidente terriero, filosofa, autrice di romanzi, antesignana del femminismo, di cui oggi possiamo soprattutto ricordare un saggio che precorre i tempi: A Vindication of the Rights of Woman (1792). Il padre è William Godwin, pensatore, filosofo. Hume, Locke, gli illuministi francesi. Il montare in Francia della rivoluzione. Il 30 agosto 1797 Mary Wollstonecraft dà alla luce Mary. Il parto le è fatale; muore il 10 settembre di setticemia.

Mary Shelley

Percy Bysshe Shelley è un seguace di Godwin. Mary e Percy vivono una travagliata storia d’amore. La coppia, accompagnata da Claire Clermont, sorellastra di Mary, passa l’estate 1816 in una villa sul lago di Ginevra, contigua alla villa dove abitavano Lord Byron -di cui Claire era amante e il suo ospite John William Polidori, medico e scrittore. È un’estate inclemente. La pioggia costringe a restare chiusi in casa. Byron propone un gioco: che ognuno scriva una storia di fantasmi e di paura.

Ma di cosa scrivere? Mary ricorda come nel dormiveglia ebbe l’idea.

“Vedevo il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrendo fantasma di un uomo sdraiato, e poi, come per il lavoro di un potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale”. La paura -l’angoscia personale e allo stesso tempo il timore che muove i luddisti, il timore di veder venir meno la possibilità di realizzare se stessi tramite il lavoro- tutto questo si incarna in una macchina che simboleggia ogni macchina creata dall’uomo per imitare, simulare, sostituire l’uomo. Macchina, ci narra Mary Shelley, creata da un uomo irresponsabile, colpevolmente disinteressato alle conseguenze del suo gesto.

Ada Lovelace

L’idea dell’Analytical Engine, pur evidente nella la mente di Babbage, faticava a prender corpo in un progetto. Nel 1840 Babbage parla con entusiasmo della sua macchina a Torino: è ospite del secondo Congresso degli Scienziati italiani, presso l’Accademia delle Scienze. Partecipa tra gli altri l’ingegnere Luigi Menabrea – che sarà poi generale garibaldino e Primo Ministro del Regno d’Italia. Due anni dopo Menabrea pubblica in francese Notions sur la machine analytique de Charles Babbage, una sintetica, ma attenta descrizione del progetto.

Ada Lovelace

Ada Lovelace, figlia di Lord Byron e della matematica Anne Isabella Milbanke

Per fortuite circostanze l’articolo di Menabrea capita nelle mani di Ada Lovelace. Ada è figlia di Lord Byron e della baronessa Annabella Milbanke. La madre si sforza di tenere lontana Ada dall’influenza paterna, ritenuta nefasta. Anche per questo conduce la ragazza verso studi scientifici. Ada si forma come matematica, il calcolo differenziale la appassiona. Diciassettenne, conosce Babbage negli ambienti della buona società. Dieci anni dopo, quando inizia la primavera, torna da lui con la traduzione dell’articolo di Menabrea.
Un fitto scambio di lettere tra Babbage e Ada portano a una nuova versione della traduzione Sketch of the analytical engine di Menabrea. L’articolo annotato da Ada appare nel settembre nelle Scientific Memoirs di Richard Taylor, rivista specializzata nella traduzione di articoli scientifici. La disputa su quanto sia farina del sacco di Ada, e quanto sia dovuto a Babbage, è tutt’oggi accanita.
Comunque, è attraverso questo testo che è giunta a noi notizia della macchina di Babbage, enorme struttura composta da venticinquemila parti; eppure macchina al servizio dell’uomo, strumento programmabile: in grado di agire in base a istruzioni generali.

C’è precisione assoluta nelle parole di Ada Lovelace, ma anche poesia. Un maschio non scrive così. Questa gentile, appassionata narrazione ci fa apparire la macchina nei suoi aspetti positivi. Qui non c’è traccia di minaccia. “L’Engine, in virtù della sua capacità di eseguire da solo tutte quelle operazioni puramente materiali, risparmia il lavoro intellettuale, che può essere impiegato in modo più redditizio. Così l’Engine può essere considerato come una vera e propria fabbrica di figure”.

La macchina può essere considerata come una vera e propria ‘manifattura di simboli’, in virtù della sua capacità di svolgere da sé le operazioni puramente materiali, risparmia lavoro intellettuale, le capacità umane possono così essere più proficuamente impiegate. Ma allo stesso tempo la macchina evoca sempre l’uomo: la sua presenza o la sua assenza.

Beatrice Webb

Beatrice Potter nasce nel 1858, ultima di nove figlie, nella tenuta acquistata dal padre a Standis, nel Gloucestershire. Nipote di Richard Potter senior, importante uomo politico liberal radicale; figlia di Richard Potter junior, grande imprenditore, produttore di case e ospedali e caserme prefabbricate, impegnato anche in imprese ferroviarie. Beatrice, ragazza solitaria e malaticcia, autodidatta, si educa attraverso lunghe letture, e conversazioni con illustri ospiti dei genitori. Tra loro il filosofo Herbert Spencer. Beatrice certo lesse i romanzi di Shelley, Brontë, Gaskell. La sua stessa vita appare vicinissima alla vita narrata, pochi anni prima della sua nascita, in Shirley e in North and South. Brontë e Gaskell immaginavano donne capaci di muoversi autonome e sicure in un mondo maschile. Webb esce dal romanzo ed entra da protagonista nella storia. Con lei lo sguardo femminile sul mondo del lavoro passa dal manifestarsi come mera narrazione al manifestarsi come azione politica e sociale.

Sotto falso nome, accompagnata da un anziano domestico -che è anche un lontano parente- si reca a Bacup, nel Lancashire. Lì ha sede l’impresa tessile dei parenti materni. Lì lavorava come operaia la nonna. Beatrice registra le sue impressioni nel suo diario e in una serie di lettere a suo padre.

Beatrice Webb

Poi, nel 1887, a Londra, collabora alla ricerca condotta dal cugino Charles Booth. Imprenditore di Liverpool, Booth, considera importante conoscere, e porre rimedio, alle condizioni di povertà dei lavoratori. I risultati dell’esemplare indagine -che combina statistica ed etnografia, metodi qualitativi e quantitativi- saranno pubblicati in versione definitiva, in diciassette volumi, tra il 1902 e il 1903, con il titolo Life and Labour of People of London. Beatrice Webb lavora sul campo, nell’East End di Londra. Anche, in incognito, come lavorante in una sartoria.

Ciò portò, in quello stesso anno, ai suoi primi articoli pubblicati. Booth e l’economista Alfred Marshall avrebbero voluto che Beatrice proseguisse nello studio del lavoro femminile. Ma questo ambito appare a Beatrice troppo angusto. Più che ragionare sugli spazi concessi alle donne nel mercato del lavoro, crede importante ragionare sul lavoro, ampiamente inteso. Sceglie quindi di dedicarsi allo studio del movimentano sindacale e del movimento cooperativo. Esamina archivi, verbali, resoconti. Visita sedi sindacali, cooperative e mutue; intervista sindacalisti e cooperatori.

In quello stesso 1887 aveva conosciuto l’uomo che sarà il suo compagno di vita, Sidney Webb: modeste origini, figlio di un parrucchiere, buoni studi, mente brillante. Ogni attività e ogni pubblicazione sarà da allora in poi firmata da entrambi – ma il brillante pensiero resta soprattutto di Beatrice.

In fabbrica, la macchina toglie spazio all’uomo. Ma l’energia che i lavoratori non possono spendere direttamente nel lavoro, possono essere ben spese in una auto-organizzazione che è affermazione di sé, protezione, sostegno. Non più protezione, cura concessa dalla bontà o dalla lungimiranza del padrone, o di altri benefattori, ma auto-cura ed assunzione collettiva di responsabilità: assistenza e sostegno reciproco nel seno della propria comunità, nello spazio della propria autonomia. Nella visione di Webb, è il sindacato ad offrire garanzie di continuità retributiva alle persone e alle famiglie. Mutue assicurative e cooperative di consumo si affermano così come istituzioni immediatamente efficaci. Webb non trascura la positivistica, e anche marxiana, fiducia nella forza espansiva, nell’energia espressa dalle macchine. Ma ripone la sua fiducia innanzitutto nell’azione consapevole degli esseri umani, nelle loro buone intenzioni e nella solidarietà. Proprio di fronte a tecnologie che impongono proprie regole, ad una machinery che trasforma il lavoro e riconfigurano l’intera vita; proprio di fronte alla tremenda discontinuità costituita dai telai meccanici, osserva Webb, gli esseri umani scoprono in sé una plasticità che essi non sapevano di possedere. Sanno trovare risposte.

Risposte adeguate

Brontë, Gaskell, Shelley, Lovelace, Webb. Possiamo leggere un percorso. Brontë e Gaskell ci immergono nel continual clank, nel groaning roar della fabbrica, luogo ormai dominato dalla macchina, luogo-macchina. Machinery che si allarga ad abbracciare l’intero mondo nel quale l’uomo vive. L’essere umano lotta, ma è spinto verso i margini della scena. La sua energia finisce per sprecarsi in furia cieca, in rabbia impotente: la distruzione delle macchine. È una risposta inefficace, che coglie però appieno il dramma incombente: la macchina sottrae lavoro all’uomo, l’uomo stesso si sente in procinto di essere sostituito da quel fantasma sdraiato sognato da Mary Shelley, che è in realtà una macchina.

Ada Lovelace, appropriandosi della conoscenza che presiede allo sviluppo della tecnologia, ci offre un punto di svolta. La machinery, descritta da Ada, perde ogni aspetto minaccioso e inquietante.

lavoro umanoLa passione di Ada, le sue emozioni, ci portano a considerare la macchina come tramite per un possibile allontanamento dell’essere umano dalla fatica ripetitiva, come apertura dello spazio per un pensare ed un agire aperto a nuovi orizzonti, lontano dai timori, disancorato dai vincoli della pochezza umana. Poi, con Beatrice Webb, assistiamo ad un ulteriore passaggio. In risposta alle regole, ai vincoli imposti dalla complessa machinery che ingloba la stessa intelligenza dei lavoratori, appropriandosene, prende corpo il progetto delle Trade Unions. L’impotenza che frustrava i luddisti, la loro paura ci riappare trasformata in energia costruttivamente spendibile nel lavoro, ed in senso più lato in solidarietà, in costruttiva energia sociale.

Nel Diciannovesimo Secolo il lavoro umano era duramente messo in discussione dai telai meccanici. Oggi, nel Ventunesimo Secolo, una nuova machinery ci spinge a cercare nuovamente risposte. Le risposte trovate allora ci danno fiducia. Ci guidano nel guardare al nostro presente e al nostro futuro: di fronte ad ogni trasformazione tecnologica, di fronte ad ogni nuova manifestazione della machinery, è possibile, per noi esseri umani, immaginare strade percorribili, e dar quindi corpo ad una riconfigurazione di ciò che chiamiamo ‘lavoro’.

Questo articolo, nella sua versione integrale, sarà pubblicato su ‘Via Borgogna3’, il magazine della Casa della Cultura.

Francesco Varanini

Francesco Varanini ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione, dell’Information Technology e del marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per dodici anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa. Attualmente tiene cicli di seminari presso l’Università di Udine. Nel 2004, presso la casa editrice Este, ha fondato la rivista Persone & Conoscenze, che tuttora dirige. Tra i suoi libri, ricordiamo Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (edizione Este), Macchine per pensare.

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