Industria Italiana, cresce la spesa in Ricerca e Sviluppo intra-muros

Tags: airi, investimenti R&D, Renato Ugo, riserca sviluppo intra-muros

Intervista a Renato Ugo Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale
di Edoardo Crimi

La spesa per le attività di ricerca e sviluppo all’interno delle imprese è cresciuta dell’1% nel 2015 rispetto all’anno precedente, ma il fatto più interessante è che dal 2007 a oggi l’incremento è stato pari al 23%, passando da 9,4 a 11,7 miliardi di euro, cifra che rappresenta il 58% totale della spesa totale (pubblica e privata) in Italia in Ricerca e Sviluppo. Questi, in estrema sintesi, i risultati di un’analisi realizzata dall’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale (Airi) sulla base dei dati Istat. La ricerca ‘intra-muros’, così viene definita, si è intensificata proprio negli anni della crisi a testimoniare la volontà di diverse aziende a incrementare le risorse per l’innovazione tecnologica per sopravvivere a una congiuntura davvero difficile.
Per comprendere le ragioni di questa tendenza e le prospettive per il futuro, abbiamo rivolto alcune domande al Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale Renato Ugo.

 

Come mai in questi anni c’è stato un notevole sviluppo della ricerca ‘intra-muros’?


Le imprese si sono impegnate sempre di più nella Ricerca e Sviluppo svolte al loro interno perché dal 2007 in poi è molto calato il sostegno pubblico alla ricerca industriale. Addirittura nel 2011 è stata annullata la Legge 297 del ‘99, legge quadro sui finanziamenti pubblici per progetti di ricerca industriale dopo che il supporto pubblico alla ricerca industriale, che era partito agli inizi degli anni 80 (Legge 46/82); sin dal 2000 è incomin-ciato a diminuire, per poi crollare con la crisi del 2008.
L’industria, dunque, prima abituata ad avere un supporto pubblico (circa il 7-8% della spesa totale in Ricerca e Sviluppo delle imprese) con particolare rilevanza ai progetti speciali, di fronte alle pressioni della crisi aveva due possibilità: o contenere i costi diminuendo le spese relative alla ricerca e sviluppo oppure, dove riteneva di poter raggiungere vantaggi competitivi, cercare di aggiornare processi e prodotti. Molte aziende hanno optato per la seconda scelta, decidendo di puntare sull’innovazione dei processi produttivi e sullo sviluppo della qualità e innovatività dei prodotti, posizionandosi sull’alta gamma dell’offerta per essere più ‘appetibili’ e competitivi per l’esportazione. Una decisione che ha coinvolto molte delle grandi ma anche delle piccole e medie imprese.

In mancanza dello Stato, le Regioni stanno facendo qualche cosa per la ricerca?


In generale in maniera limitata e con scelte poco omogenee fra le varie regioni sostenendo con prevalenza le piccole e piccolissime aziende. Fanno eccezione il Trentino Alto Adige, che dispone di maggiori risorse essendo una Regione a Statuto Speciale, e il Friuli Venezia Giulia, che sembra essere capace di utilizzare meglio le risorse disponibili. Prima il supporto alla ricerca industriale era di competenza solo dell’Amministrazione Centrale, poi, con la modifica del Titolo Quinto la ricerca è diventata oggetto anche delle Regioni, da qui molte tensioni e scarso coordinamento tra centro e periferia sull’allocazione delle risorse. I fondi europei della ricerca sono stati maggiormente disponibili per le Regioni piuttosto che per l’Amministrazione Centrale, cioè il MIUR. Però le Regioni non si sono dimostrate spesso particolarmente efficienti poiché non hanno ancora tecnicamente le strutture e le competenze per impostare e gestire una adeguata e completa politica della ricerca e dello sviluppo tecnologico anche se recentemente Piemonte, Emilia Romagna e Toscana si stanno dimostrando più efficienti. Un po’ in ritardo rimane la Lombardia.

Dai dati della ricerca emerge che il settore dell’elettronica e ottica è uno di quelli che ha investito di più. Non sono peròmolte le aziende italiane che si occupano di elettronica.


Non dimentichiamo STMicroelectronics o Micron, che non sono piccole aziende; inoltre abbiamo delle multinazionali con centri di ricerca in Italia, come per esempio Ericsson che si occupa di fotonica, con tre laboratori piuttosto grandi, ma ci sono anche altre aziende italiane di media dimensione sempre in questo comparto (fotonica, tecnologia dei laser, fibre ottiche per le telecomunicazioni). Anche Alcatel fa ricerca in Italia, così come la Cisco. In questo settore per esempio tutta la zona di Agrate (in provincia di Milano, ndr) viene chiamata la piccola Silicon Valley, poiché vi sono localizzate Cisco, Alcatel, STMicroelectronics, Micron, aziende multinazionali che hanno investito in maniera significativa nella Ricerca e Sviluppo intra-muros.

Oltre all’elettronica e all’ottica, quali sono gli altri settori che investono maggiormente in R&D?


La farmaceutica e la meccanica particolarmente quella di alta precisione, ma si fa ricerca e sviluppo di qualità anche per la produzione di macchine per il packaging (prevalentemente in Emilia Romagna) e di macchine per la lavorazione della plastica (in Veneto), sviluppando prodotti molto avanzati. Si tratta quasi sempre di prodotti che coinvolgono molto la meccatronica. Ormai molto è guidato da applicazioni avanzate dell’elettronica come nel caso della macchina del futuro che sarà governata dal digitale. I nostri migliori imprenditori sono molto attenti a cogliere queste innovazioni che possono migliorare le attuali produzioni, però spesso non hanno flussi di cassa e quindi risorse economiche sufficienti per nuovi investimenti con elevato contenuto di rischio per rinnovare drasticamente il macchinario che rapidamente diventa obsoleto.

La ricerca cosiddetta ‘intra-muros’ è finanziata dalle stesse aziende che la fanno o sono supportate da enti finanziari?


È finanziata principalmente dal flusso di cassa delle imprese, solo in qualche caso, e quasi sempre solo in parte, dalle banche. Ma ora, grazie alla nuova ‘Sabatini’ e alla recente legge di Stabilità che porta l’ammortamento dal 100% al 140%, si potranno sostenere, grazie al supporto indiretto dello Stato, innovazioni di processo e di prodotto, anche se spesso con investimenti di media entità.

 

Il rapporto con le università, in relazione alla ricerca, è spesso riservato alle grandi aziende. Perché?


È un problema rilevante perché il colloquio è molto difficile e ancora oggi poco efficiente. Per fortuna però sta migliorando, per due ragioni. Prima di tutto per quel che riguarda attività di ricerca più avanzata e innovativa le aziende tendono a farle fare al loro esterno in ‘oursourcing’, per cui si sta sviluppando una certa attività di scouting verso l’università, ma non solo, per vedere dove ci sono idee. Questa attività la conduce da tempo la media-grande industria, ma ora inizia a farla anche la piccola-media, però spesso solo in un contesto locale operando con le università vicine, mentre la media-grande si muove in un contesto internazionale. Poi sta crescendo la richiesta di servizi tecnici per ricerche avanzate. In questo caso vengono sfruttate sempre di più le competenze e la strumentazione delle università, anche perché sta crescendo nelle università la ricerca lungo direttrici che possono avere dei potenziali tecnologici (energie alternative, chimica verde, fotonica, robotica). Infine negli enti pubblici di ricerca, come nel caso del Cnr e dell’Enea, vi è una crescente apertura verso le imprese. Purtroppo, però, a partire dal 2008 sonostati molto tagliati i fondi alle università e agli enti pubblici di ricerca, tanto che la ricerca pubblica è diminuita del 18%. Di necessità quindi atenei ed enti pubblici devono rivolgere la loro attenzione alle imprese, cercando di reperire risorse finanziarie, mentre prima consideravano il rapporto con l’industria un’interferenza alla propria attività di ricerca libera. Fondamentalmente stiamo diventando molto più simili agli Stati Uniti, anche se ci vorrà ancora molto tempo. Il rapporto università/impresa è comunque reso difficoltoso dalla burocrazia e da problemi tecnici come la capacità delle ricerca pubblica di avere infrastrutture atte a definire contratti in maniera adeguata con le imprese, tali che difendano il contributo della ricerca pubblica in particolare riguardo la proprietà brevettuale.

La crescita che c’è stata negli ultimi anni si può considerare una tendenza?


Sì, continuerà. Anche perché finalmente lo Stato si è mosso mettendo in atto una politica fiscale a sostegno della ricerca industriale, che permetta forme più rapide di recupero di risorse. Non solo: molte medie imprese, che stanno crescendo, diventando piccole realtà multinazionali, dispongono ormai di sufficienti risorse e masse critiche di ricercatori per affrontare programmi di ricerca significativi al fine di sviluppare la propria competitività tecnologica. 

 

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