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Tecnologie e investimenti, le sfide per le PMI italiane

digitalizzazione

Le aziende italiane sono consapevoli della strategicità della digitalizzazione per la loro crescita, ma al loro interno c’è ancora una carenza di competenze tecnologiche e di figure specializzate.

Risultano quindi necessari maggiori investimenti nella digitalizzazione da parte delle aziende, soprattutto delle Piccole e medie impese (PMI) che costituiscono la ‘spina dorsale’ dell’industria italiana.

È quanto emerso dall’ultimo Osservatorio Digitalizzazione presentato da Assolombarda e PwC che ha coinvolto circa 600 aziende del territorio di Milano, Monza e Brianza, Lodi diverse per attività (Manifattura, Servizi, Commercio) e dimensioni (microimprese, PMI e grandi aziende).

L’Osservatorio ha individuato alcuni fattori discriminanti nel grado di digitalizzazione delle imprese.

Il primo è la dimensione aziendale: tra le microimprese (entro i 10 addetti) il 53% dichiara di non avere un IT Manager (interno o esterno all’azienda), percentuale che decresce fino ad arrivare a zero per le imprese grandi (con oltre 250 addetti).

Il 68% delle microimprese non utilizza sistemi digitali per la segmentazione della clientela, dato che scende al 27% nel caso delle grandi aziende. Un sistema di ERP integrato è quasi assente tra le microimprese (solo il 3% lo utilizza), mentre nelle grandi imprese è quasi sempre presente (92%).

La digitalizzazione come ‘male necessario’

“Questi risultati riflettono la scarsa maturità delle piccole imprese italiane nel processo di digitalizzazione”, commenta in esclusiva con Sistemi&Impresa Massimo Pellegrino, Partner di PwC.

Un secondo criterio di analisi trasversale dei risultati è quello delle competenze: “Se nelle grandi aziende si riscontra la presenza di un IT Manager interno che possiede un budget autonomo, nelle PMI questa figura è invece poco presente o si ricorre a consulenti esterni, senza che l’azienda ne tragga un reale beneficio in termini di innovazione”.

Da parte delle imprese italiane, secondo Pellegrino, non c’è stata una risposta positiva al Piano Industria 4.0 dell’ex Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

“Si è trattato probabilmente di un problema di comunicazione, ma anche di una questione culturale e di mentalità: la digitalizzazione viene vista da molte imprese come un ‘male necessario’ e un costo, non come un ‘bene competitivo’ e un investimento”.

A tal proposito, è sintomatico vedere quali sono gli strumenti di Digital marketing maggiormente utilizzati oggi dalle aziende italiane: sito web, social media, newsletter, pubblicità online. Sono ancora scarsi, invece, l’ottimizzazione dei motori di ricerca (SEO), l’uso corretto degli Analytics e le mobile App.

Non solo: nelle cosiddette catene digitali, dal rapporto con i fornitori all’assistenza del cliente, c’è ancora una scarsa pervasività delle vendite online (nonostante questa sia l’era dell’ecommerce).

E nell’attività di post vendita vengono poco utilizzati i chatbot o i virtual assistant, che invece sono largamente usati all’estero.

Pochi investimenti nello Smart manufacturing

Risulta poco diffusa l’implementazione dello Smart manufacturing: solo il 6% delle imprese dichiara di essere dotata contemporaneamente di tecnologie smart, di figure specializzate e di macchinari a integrazione informatica.

“Gli investimenti dovrebbero essere maggiormente indirizzati verso tecnologie come Intelligenza Artificiale, Internet of Things e cloud e di figure specializzate in questi ambiti”, sottolinea Pellegrino.

Un’altra discriminante è l’appartenenza a un gruppo estero (alcune culture straniere sono più aperte all’innovazione), mentre il settore produttivo non è considerato fondamentale ai fini della digitalizzazione.

Anche riguardo alla Cybersecurity si riscontrano diversi ritardi nell’affrontare il tema, con una forte differenziazione per dimensione delle imprese.

Minacce informatiche come estorsioni, truffe e spionaggio industriale sui dati rappresentano ancora un nodo irrisolto per le aziende, soprattutto le PMI che non si sono dotate di apposite figure interne.

Secondo l’Osservatorio, i limiti ancora largamente visibili tra le imprese intervistate sarebbero più facilmente superabili con un approccio culturale più aperto verso la digitalizzazione, che implica obbligatoriamente grossi investimenti, ma è da considerarsi un bene necessario.

Un bene che, attraverso competenze specifiche e soluzioni flessibili ed economiche in via di sviluppo sul mercato, può determinare un salto di qualità rilevante per proiettare concretamente le imprese italiane verso il futuro.

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