Generazione IoT, i veri agenti del cambiamento

Tags: Cisco, digitalizzazione manifattura, IoT

Maciej Kranz

Abbiamo una possibilità senza precedenti di prendere decisioni migliori, ottimizzare processi, creare innovazione analizzando dati che in precedenza non eravamo in grado di catturare e mettendo in relazione ciò che prima non era connesso. La nuova rivoluzione industriale cambia processi, modelli di business, servizi e incrementa produttività, efficienza e rapidità di innovazione. Chi si ferma è perduto.

La nostra conversazione con Maciej Kranz parte da qui. “Siamo nella prima fase di una trasformazione all’interno della quale non bisogna costruire nuove fabbriche, ma trasformare i contesti esistenti, esattamente come è stato fatto in Harley-Davidson e Pepsi, casi di cui racconto nel libro. Il primo passo è recuperare efficienza nei contesti produttivi.

Ma la vera sfida è creare nuove value proposition, assecondare le richieste di maggiore customizzazione che ci chiede il mercato e creare nuovi modelli di business: avendo a diposizione più dati è possible prendere decisioni ‘intelligenti’. Il mondo connesso ha un grande impatto sul nostro modo di lavorare, di vivere e sulla modalità di consumare. Questo è il primo ‘step’ del nostro viaggio.

L’Internet of Things (IoT) crea una piattaforma di trasformazione globale nel business di un’impresa. La trasformazione produttiva è solo il primo passo di un percorso in cui l’azienda diventa impresa4.0. Possiamo sintetizzare i benefici?

I benefici sono l’incremento di produttività, la business agility, la creazione di nuove value proposition e la piena ottimizzazione del capitale umano.

Le tecnologie IoT trasformeranno l’ambiente manifatturiero nei prossimi 10anni più di quanto non sia accaduto negli ultimi 50. La caratteristica delle imprese è di essere ‘connesse’. Quali le principali implicazioni? Quali benefici?

La principale conseguenza è il fattore di uguaglianza. Abbiamo accesso alle informazioni e siamo connessi con modalità inimmaginabili rispetto al passato. Abbiamo l’opportunità di creare un’economia collaborativa, le organizzazioni possono lavorare senza essere condizionate da un luogo fisico. Aziende ad alto valore aggiunto in Italia possono collaborare con esperti nella Silicon Valley o in Brasile. Stiamo aprendo nuove opportunità in mercati con modalità impensabili fino a poco tempo fa.

Lei dedica un capitolo alle “quattro corsie veloci” per ottenere risultati garantiti grazie all’IoT. Ce ne può parlare?

Incontro molte aziende, manifatturiere e di altri settori, e sulla base di questo confronto ho cercato di identificare i progetti IT comuni e ho visto che ricadono in quattro categorie: operation connesse, operation in remoto, analisi e manutenzione predittiva. Per una azienda che decide di intraprendere un percorso meglio far riferimento a questi casi, quattro “corsie veloci verso l’Internet delle Cose”, che sono comprovate perché fondate sulla base di casi studio. Se ci si sta interrogando su come ottenere risultati grazie all’IoT, non è necessario reinventare la ruota. Partire da qui può essere un ottimo inizio.

Nella seconda parte del libro lei spiega come fare in modo che l’IoT funzioni per l’azienda. Come fare?

Sogna in grande e parti in piccolo. Bisogna avere una vision e capire che siamo all’interno di un multistep journey, che cambierà molti aspetti dell’azienda. Bisogna partire in piccolo perché si cambierà strada facendo. Alcuni saranno convinti altri meno, per questo è necessario poter contare sulla sponsorship dal top management. Ci saranno resistenze e verranno fatti sbagli, per questo e ci vuole qualcuno che sostenga il cambiamento. E creare un ecosistema di partner. Questo è un punto chiave soprattutto nel mondo manifatturiero. Pensiamo all’automazione industriale: per automatizzare una linea di produzione ci si rivolgeva un’azienda che si occupava della globalità del progetto. Ora con l’accelerazione di IoT e tecnologie innovative andiamo verso una nuova struttura di mercato dove più aziende collaborano in una logica di co-economy e più specialisti si integrano orizzontalmente. Con l’accelerazione dell’IoT vedremo molte più aziende collaborare per sviluppare nuove soluzioni, best in class solutions, strutture aperte.

Possiamo parlare di rinascimento del Manifatturiero grazie all’IoT?

È proprio così e non è solo una questione di Nuovo Rinascimento. La manifattura sta tornando di moda. Solo 10 o 20 anni fa era una sfida attirare le persone verso il mondo manifatturiero. Ora il Manifatturiero è un segmento tecnologico che usa softwaree tool avanzati e porta con sé una tale innovazione che diventa più facile coinvolgere le giovani generazioni che sono attratte dagli sviluppi tecnologici e possono trovare nel Manifatturiero un’opportunità.

La Generazione IoT favorisce la sopravvivenza delle imprese del XXI secolo. Cosa significa?

La tecnologia è un concetto che unifica. Chiunque si dedica a sviluppare queste tecnologie diventa parte della Generazione IoT. Quando da professionista usi queste tecnologie ne diventi parte. Credo che il futuro del manifatturiero, e dell’industria, appartenga a questa generazione: una generazione che interpreta il ruolo di ‘agente di cambiamento’, è cosciente delle potenzialità della tecnologia e si focalizza sulla trasformazione del business.

Lei parla di “tempesta perfetta” di tecnologia, economia e culture. Cosa intende?

Quando parliamo di Digital transformation dobbiamo aver presenti questi tre aspetti. La tecnologia di per sé non provoca alcun cambiamento. Dobbiamo essere in grado di aggiornare le competenze, adottare nuovi modelli culturali, entrare in una logica di apprendimento continuo perché le nostre skill diventano rapidamente obsolete. Ed essere capaci di reinventare il nostro lavoro ogni 4-5 anni. La cultura dell’industria tecnlogica sta impattando sul Manufacturing, che sta diventando un settore molto tecnologico. Cultura e nuovi approcci hanno la necessità di essere adottati avendo come riferimento un contesto nuovo.

Nel suo libro lei analizza anche gli ostacoli alla realizzazione dell’impresa connessa. Possiamo elencarli?

Nel Manifatturiero le aziende non sempre parlano di ostacoli, il tema dell’errore si affronta a fatica. Il primo errore è adottare una tecnologia senza tenere conto dei processi di business. Faccio un esempio che riguarda l’ambito pubblico sviluppato con l’obiettivo di prevenire l’allagamento delle strade. In breve: in una città europea sono stati installati sensori nei tombini per controllare l’acqua in entrata ed evitarne la fuoriuscita e i residui dai tombini stessi per non intasare il sistema fognario. Una volta installato, il sistema non si è dimostrato efficace. Perché? Non si è tenuto conto del fatto che gli spazzini continuavano a buttare le foglie nei tombini. Nessuno aveva comunicato loro che dovevano agire diversamente. A quel punto sono stati istruiti gli operatori affinché il loro lavoro non ostacolasse i benefici derivanti dalla tecnologia installata. Per imparare da questa esperienza è fondamentale pensare sempre a come cambia un processo di business in seguito all’inserimento di una tecnologia.

Quale la ricetta per avere successo nell’IoT? Lei ha identificato tre motivi per prendere in considerazione l’IoT…

La prima ragione è la necessità di recuperare efficienza da parte delle linee di business, la seconda è che tutto deve essere connesso e la terza è che stiamo passando da un concetto di proprietà a uno standard aperto. Il primo punto è il più critico. Con l’IoT le linee di business diventeranno le più importanti utilizzatrici di queste tecnologie, che saranno necessarie per ottenere risultati di business. Quindi, il personale delle line di business dovrà diventare co-creatore di soluzioni innovative insieme con i partner. La conseguenza, per esempio per Cisco, sarà passare dal proporre una tecnologia al contribuire a risolvere un problema di business. Per questo è importante costruire un solido ecosistema di partner, nessuna azienda può creare soluzioni da sola. E per noi questa è una grande opportunità per posizionarci con questo modello.

Il cambiamento è il nuovo status quo. Cosa significa?

Quando si pensa all’industria tecnologica faccio un esempio che riguarda me. Sono in Cisco da 19 anni e ho ricoperto sette ruoli differenti. Ricopro questa posizione da quattro anni e la modaliltà con la quale ho espresso il mio ruolo si è modificata con il passare del tempo. Cisco è sul mercato da 30 anni e abbiamo vissuto da 10 a 12 trasformazioni radicali di business. In alcuni casi si è trattato di trasformazioni tecnologiche, dall’analogico al digitale per esempio, altri sono stati cambi di modelli di business. Il cambiamento è stato costante e questa idea di cambiamento continuo deve essere adottato in maniera consapevole nell’industria manifatturiera. Non bisogna commettere l’errore di pensare di avere raggiunto un punto di arrivo, bisogna continuamente apprendere perché l’obsolescenza delle competenze si manifesta in modo accelerato. E sempre mettere indubbio lo status quo del modello di business, delle practice e dei processi. Se non si ragiona in una logica di cambiamento continuo, qualcun altro lo farà.

Lei analizza anche la questione costi: come giustificarli?

Per giustificarli è importante sfruttare il vantaggio delle best practice. Ci sono molti esempi nel libro. Nei casi di implementazione di IoT i miglioramenti riguardano oltre il 20%-30% della produttività. In molti casi non è facile valutare in anticipo il ROI, spesso bisogna fidarsi e puntare a una valutazione a valle dell’implementazione. Il mio consiglio è di riporre fiducia in queste tecnologie e costruire i progetti successivi basandosi sulle analisi ricavate dalle prime implementazioni. Per chi affronta i primi progetti, è importante imparare dalle esperienze del settore.

In questa rivoluzione bisogna sottolineare il diverso ruolo che avranno le persone: liberate dai compiti ripetitivi potranno dedicare le loro risorse a compiti più strategici producendo un vantaggio complessivo per l’impresa.

L’impresa connessa è un’opportunità per le persone per allontanarsi da mansioni routinarie e dedicarsi ad attività più creative e collaborative. Porto l’esempio di Campofrio, azienda spagnola che lavora carni. L’impresa due anni fa è bruciata ed è stato comunicato che sarebbe stata ricostruita allo stato dell’arte, completamente automatizzata. Alle persone è stato detto che avrebbero avuto un ruolo all’interno della nuova fabbrica automatizzata e si è lavorato insieme con loro alla progettazione. È stato chiesto uno sforzo per evolvere le competenze affinché potessero passare da lavori manuali, sulla linea, a mansioni più evolute. E questo è accaduto, ora sono più efficienti, produttivi e hanno migliorato la qualità del lavoro di tutti. I dipendenti hanno mantenuto il loro posto di lavoro, guadagnano di più e le mansioni sono di qualità migliore.

Esiste un tema legato alle competenze, ma anche la possibilità di riconvertire profili che non si pensava potessero essere inseriti nel ciclo produttivo, come le persone con disabilità.

Grazie alle tecnologie collaborative è possibile comprendere profili nel ciclo produttivo che prima non avrebbero trovato spazio, mi riferisco a persone che manifestano diversi gradi di disabilità. In Cisco abbiamo un progetto che fa esattamente questo, abbiamo adottato il nostro stesso collaboration portfolio per portare in azienda persone disabili e anche per aiutare altre aziende a coinvolgerle. È importante focalizzarsi sulle opportunità di riqualificazione delle competenze della popolazione aziendale. C’è bisogno di nuove competenze per dare senso e concretezza ai progetti di innovazione del nostro tempo.

L’IoT è un viaggio. Cosa dovremmo mettere in valigia?

Credo che onestamente il focus debba essere sulle relazioni; poi bisogna avere una mente aperta e pensare di poter impattare positivamente sulla società. Questo il bagaglio che serve.

Chiara Lupi

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 sceglie di diventare imprenditrice partecipando all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige Sistemi&Impresa e pubblica dal 2008 su Persone&Conoscenze la rubrica che ha ispirato il libro uscito nel 2009 Dirigenti disperate e Ci vorrebbe una moglie pubblicato nel 2012.Le riflessioni sul lavoro femminile hanno trovato uno spazio digitale sul blog www.dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager.

Lascia un commento

Devi essere loggato per postare un commento.