Innovazione, il gap tra teoria e pratica

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L’innovazione è uno dei temi di maggiore attualità nel panorama italiano e internazionale. Numerosi studi e analisi affrontano questo argomento che sembra sempre più centrale nella strategia delle aziende.
In realtà, queste imprese hanno davvero implementato modelli organizzativi per la gestione dell’innovazione? E utilizzano in modo efficace gli incentivi pubblici esistenti per l’innovazione?

Ayming, gruppo internazionale di consulenza per il miglioramento delle performance aziendali, ha provato a rispondere a queste domande attraverso il suo primo Barometro sulla gestione e il finanziamento dell’innovazione, con la partnership dell’Associazione italiana per la ricerca industriale (Airi), dell’Associazione nazionale dei Direttori amministrativi e finanziari (Andaf) e Spring (il Cluster tecnologico nazionale della chimica verde). I risultati, purtroppo, non sono stati incoraggianti.

Lo studio è stato impostato sull’analisi dei dati raccolti attraverso un questionario elettronico rivolto soprattutto a tre categorie di professionisti (Direttori amministrazione finanza e controllo, Addetti a ricerca e sviluppo, General manager) che fanno parte per il 65% di PMI e per il 35% di grandi aziende in Italia, Spagna e Portogallo (i Paesi del Sud Europa in cui è presente Ayming). I settori industriali sono rappresentati in modo equilibrato, con una predominanza del manifatturiero (16%), chimico-farmaceutico (13%) e agri-food (11%).

Manca una strategia lungimirante

Dalle risposte ricevute è emerso come le aziende non siano ancora abbastanza mature per valutare il proprio livello di innovazione nel contesto generale e come abbiano una visione strategica di breve periodo. Se il 95% dei rispondenti considera importante o prioritaria l’innovazione per l’impresa, solo il 12% valuta come molto buono il livello di innovazione nella sua azienda.

Inoltre i partecipanti al sondaggio hanno fatto traspirare una percezione negativa del sistema economico del proprio Paese, ma allo stesso tempo ritengono che la competitività delle imprese per le quali lavorano sia complessivamente molto buona. Ciò stride con una constatazione di base: il sistema economico e la sua competitività sono dati dagli attori del sistema stesso (le aziende) e se questi sono competitivi, in linea di massima dovrebbe esserlo anche la percezione del sistema generale.

Secondo lo studio, il contesto italiano non risulta fortemente strutturato in termini di strategia, processi e approccio all’innovazione. Solo il 56,4% delle aziende dichiara di avere una strategia di innovazione definita e appena il 25% dei dipartimenti di ricerca e sviluppo conta 10 o più addetti. Questi dati fanno emergere la necessità per le imprese di affrontare la sfida della strutturazione interna, per trasformarla in una leva per migliorare l’efficacia e l’efficienza dei propri progetti.

Un problema culturale

Altro risultato emerso dal Barometro Ayming è il motivo che spinge le aziende a innovare. Gli obiettivi principali delle attività innovative risultano essere: aumentare la competitività (18% dei rispondenti), migliorare il prodotto (16%), acquisire efficienza (16%) e aumentare la customer satisfaction (12%). Da sottolineare il basso score raggiunto dai processi di diversificazione del business, che avrebbe dovuto avere un peso maggiore perché strettamente legata al processo di innovazione.

Anche riguardo l’uso di incentivi fiscali all’innovazione, emerge una scarsa propensione delle aziende italiane a lavorare su progetti strategici di medio periodo e a partecipare ai programmi collaborativi internazionali, come per esempio Horizon 2020.

Questa situazione – afferma lo studio – evidenzia la dimensione culturale del problema, che denota uno scarso collegamento tra industria e accademia. Sembra infatti che le aziende non siano ancora pronte ad accogliere profili altamente qualificati, o perché non sono in grado di comprendere e sfruttare queste risorse o perché non vogliono accollarsi il rischio economico della ricerca. Ma sono proprio le competenze di alto livello – quindi l’alta formazione – a produrre innovazione di qualità.

Spesso la visione ottimistica espressa a parole nei confronti dell’innovazione non trova riscontro nella realtà quotidiana e nelle azioni delle imprese, nelle quali questa fa ancora troppa fatica a fare breccia in modo significativo. La chiave per ripensare in ottica più strutturata il proprio modello di business e i propri prodotti sarà quella di una strategia 5.0 con investimenti in nuove competenze, in open innovation e progetti collaborativi per coinvolgere tutti gli attori del progetto di innovazione.

Strategia 5.0 – conclude lo studio – dovrà essere il paradigma del futuro: ciò significa programmare, pianificare, anticipare, stringere partnership forti di medio periodo e avere una visione globale del mercato. Una grande sfida per le PMI italiane.

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