Manager gestori del cambiamento, verso una nuova cultura d’impresa

Tags: ALDAI-Federmanager, Bruno Villani, cultura manageriale, Digital Transformation, industria 4.0

È una torrida giornata di piena estate quella in cui incontriamo Bruno Villani, Presidente ALDAI-Federmanager. Manager di lungo corso, con un’esperienza maturata in multinazionali e Piccole e medie imprese (PMI) a carattere nazionale e internazionale, Villani è al vertice dell’associazione, che riunisce circa 15mila manager sul territorio lombardo, dal 2018 (il suo mandato dura fino al 2021).

Idee chiare e piglio deciso, il Presidente accoglie Sistemi&Impresa in un completo impeccabile, a dispetto della calura estiva. E da ‘padrone di casa’ ci fa visitare la sede di ALDAI-Federmanager, in pieno centro di Milano che, nonostante il periodo, resta in febbrile attività, mentre i turisti iniziano a farsi più numerosi tra le strade.

Ancor prima di sederci per l’intervista, passeggiando tra l’archivio storico e la sala convegni intitolata a Sergio Zeme – un punto di riferimento per ALDAI-Federmanager, scomparso nel 2015 dopo anni dedicati con passione alla tutela della categoria – Villani sottolinea il concetto cardine di tutto il colloquio: una nuova cultura d’impresa basata sulla managerialità.

Un tema che gli è molto caro e che fin dal suo insediamento al vertice dell’associazione ripete come un mantra. E che, a suo giudizio, consentirebbe alle PMI italiane – caratterizzate non tanto dalle famiglie a capo delle imprese, quanto dai familiari nei ruoli manageriali (peculiarità tutta nostrana) – di compiere il salto di qualità necessario in questa fase economica. Per dare vita alla nuova cultura d’impresa, è la tesi di Villani, non serve solo far comprendere il cambiamento agli imprenditori, perché anche i manager sono chiamati a recepirlo.

D’altra parte il Presidente di ALDAI-Federmanager ha vissuto sulla sua pelle quanto racconta, lavorando sempre con costanza per “creare un clima sereno e collaborativo” non solo con i collaboratori, ma pure con la proprietà aziendale. E non è un caso che Villani citi Sergio Marchionne, l’indimenticato manager scomparso ormai da poco più di un anno.

Il nostro colloquio con Villani inizia dallo scenario socio-economico: perché è solo comprendendo quali sono le grandi trasformazioni in atto che si può contestualizzare l’evoluzione cui sono chiamati a dare risposte imprenditori e manager.

 

Siamo di fronte a una fase di forte incertezza economica e politica: quale l’impegno che si è assunto diventando Presidente di ALDAI-Federmanager?

Oltre all’incertezza, aggiungo che stiamo vivendo in generale una grande fase di instabilità in un contesto complesso e articolato con molte nubi all’orizzonte e questo rende ancor più complicato avere una visione e un’azione strategica di medio e lungo periodo. Inoltre per l’Italia la recente recessione tecnica è un campanello d’allarme da considerare con attenzione e che deve richiamare tutti a focalizzarsi sul rilancio dell’economia.

Considerando il nostro Paese, non dobbiamo dimenticarci che siamo la seconda manifattura europea, il cui vero motore sono le PMI, che rappresentano circa il 98% del tessuto produttivo. Se i numeri dell’economia italiana sono preoccupanti, oggi assistiamo per la prima volta dal 2013 anche a un calo della produzione industriale lombarda secondo i dati del secondo trimestre 2019, per quanto l’occupazione sembri continuare a tenere.

Ciononostante, le imprese lombarde hanno dato conferma in questi anni di come creatività e competenze per l’Industria 4.0 rappresentino un mix vincente e sono fiducioso che perseverare su questa strada non possa che continuare a pagare sul lungo periodo.

 

Quindi l’Industria 4.0 si può considerare come l’occasione di riscatto per le nostre aziende?

In un mercato che rallenta sempre di più, il 4.0 corre velocemente e la digitalizzazione ha già prodotto numerosi posti di lavoro, imponendo però nuove competenze. Secondo Unioncamere, il 66% delle imprese considera necessario innovare il modello di business, mentre il 44% degli imprenditori e dei manager ha espresso l’esigenza di continuare a formarsi.

D’altra parte la Digital transformation è certamente promossa dal Top management, ma coinvolge tutta l’organizzazione, perché si tratta di una vera e propria rivoluzione. Dobbiamo innovare per competere, altrimenti i competitor ci supereranno: serve anticipare le esigenze del mercato e poi andare oltre per non perdere mai il vantaggio competitivo.

Nonostante i numeri negativi, il sistema Italia si è spesso messo in luce per riuscire, con creatività, a superare sfide impossibili…

Se consideriamo la nostra competitività rispetto a Paesi a noi vicini come la Germania e la Francia, è evidente che le aziende italiane – ma pure le sedi in Italia di imprese estere – vivono una condizione di disparità, conseguenza del più alto impatto dei costi di produzione in 8 particolare relativi all’energia, alla logistica e all’eccessiva burocratizzazione.

Eppure nonostante questa situazione, i nostri imprenditori, in particolare quelli che hanno internazionalizzato, sono riusciti – e riescono tuttora – a essere competitivi. Serve però lavorare per realizzare una fiscalità comune dell’Unione europea, unitamente a una condivisa visione socioeconomica che possa rafforzarne l’identità.

 

Nel suo discorso d’insediamento ha parlato di “onestà intellettuale” e “regole”: perché ha sentito l’esigenza di manifestare questo monito alla platea di manager?

Ogni ecosistema, dalla famiglia all’azienda, per funzionare ha bisogno di regole, che consentono una convivenza più facile. A maggior ragione il discorso vale per le associazioni, dove, pur nel rispetto di ruoli e persone, bisogna esprimere sempre la propria opinione in modo trasparente. Un ecosistema, in cui convivono e interagiscono diversi stakeholder, funziona se c’è visione strategica, rispetto delle regole, trasparenza e obiettivi condivisi: solo così si può superare il relativismo e quindi collaborare verso il bene comune.

Vuol dire, per riprendere un concetto caro anche a Papa Francesco, contrastare quella visione secondo cui è irrilevante tutto ciò che non è finalizzato all’interesse personale. Per questo nel mio messaggio di insediamento, ho voluto evidenziare il tema dell’onestà intellettuale perché dalla vita privata a quella in azienda, i manager devono promuovere e praticare certi valori, così da essere di esempio per tutti i collaboratori. Dobbiamo essere noi stessi in prima persona il cambiamento che vogliamo vedere, servono fatti e non parole!

 

Oltre all’onestà intellettuale, i manager sono chiamati a interpretare il nuovo scenario. Quali sono le peculiarità del dirigente 4.0?

La quarta rivoluzione industriale si caratterizza per la velocità del cambiamento e coinvolge una pluralità di attori chiamati a cavalcare il nuovo scenario, che significa mettere in atto azioni utili per il sistema Paese. In questa fase le aziende non ricercano solo le competenze tecniche, ma un mix di competenze trasversali come la resilienza, il complex problem solving, la visione strategica di lungo termine, la capacità di ascolto e l’abilità di fare squadra.

È proprio rispetto alle soft skill che il manager è chiamato a stare al passo con i tempi, in particolare focalizzandosi sulle competenze digitali e sulla gestione dei processi di automazione. Peccato però che le indagini su questi temi abbiano evidenziato una carenza di manager e di competenze 4.0: se queste ultime nel Regno Unito sono al 50% e in Germania al 39%, in Italia si fermano al 29%. È pur vero che siamo partiti in ritardo, ma ora dobbiamo accelerare per colmare il gap.

 

Qual è dunque il nuovo ruolo del manager?

Possedere le competenze più complesse per un manager è fondamentale, perché non si deve più occupare solo di persone, ma è sempre più gestore delle innovazioni e dei processi. Secondo l’indagine Bravi manager bravi, promossa dalla nostra Federazione con The European House – Ambrosetti su un campione di oltre 1.600 manager, le caratteristiche del nuovo manager sono: la sincerità, che si traduce nella condivisione delle informazioni (lo ha indicato l’81% del campione); il coinvolgimento democratico (72%); l’orientamento al problem solving (47%).

In merito alle competenze tecniche, il ‘bravo manager’ è chi possiede un forte spirito imprenditoriale e sa applicare l’efficacia operativa. In sintesi, dunque, il manager 4.0 detiene le competenze di cui c’è bisogno ed è in grado di introdurre il cambiamento culturale per operare insieme con l’imprenditore con l’obiettivo comune di sviluppare la nuova cultura d’impresa basata sulla managerialità.

 

Che cosa vuol dire “sviluppare la nuova cultura d’impresa basata sulla managerialità”?

Il tema della managerialità è molto delicato, in particolare quando si considerano le PMI, nelle quali c’è una forte presenza familiare nel management. A differenza di altri Paesi europei, infatti, oltre il 70% delle aziende hanno manager che appartengono alla famiglia e questa è una caratteristica tutta italiana.

Bisogna ricordarsi che c’è una profonda differenza tra la figura dell’imprenditore e quella del manager: il primo deve intraprendere, il secondo deve gestire e decidere per raggiungere gli obiettivi condivisi. Se vogliamo cavalcare il 4.0 è allora necessario cambiare la cultura d’impresa.

 

Quali sono gli ostacoli che il manager deve affrontare?

Le nostre aziende hanno scelto principalmente di puntare sui membri della famiglia, ma appena il 30% di imprese supera indenne il passaggio generazionale. Il problema è generalmente legato all’aspetto culturale, perché è necessario che la famiglia si convinca che per il bene dell’azienda serve trasformare l’impresa da familiare a società di quarto capitalismo. Come? Inserendo i manager nei ruoli chiave. Questo passaggio è molto delicato, perché comporta che l’imprenditore lasci spazio anche a persone esterne alla famiglia: vuol dire introdurre nuovi metodi di lavoro.

È difficile, ma inevitabile, perché la velocità della quarta rivoluzione industriale impone una rapida padronanza di competenze e conoscenze che devono per forza essere reperite anche all’esterno della famiglia. Eppure anche nelle realtà dove gli imprenditori hanno maturato questa necessità e convinzione talvolta sembrano restare ancora forti resistenze al cambiamento. Sono fermamente convinto, oggi più che mai, che il binomio imprenditore e manager rappresenti un fattore chiave per il successo dell’impresa.

 

Il cambiamento non è tuttavia unidirezionale, anche il manager è chiamato ad assumere un nuovo ruolo. Quale?

I manager che hanno maturato esperienze nelle grandi aziende sono abituati a lavorare con ingenti risorse, che non sono certo a disposizione delle PMI, dove bisogna ancora di più confrontarsi quotidianamente con gli eventi contingenti. Questo vuol dire che il manager deve essere anche in grado di rimboccarsi le maniche, ma non deve perdere di vista l’obiettivo strategico.

Inoltre, è fondamentale che sappia comprendere il contesto in cui è inserito, facendosi accettare e apprezzare, perché se entra in conflitto sin dall’inizio, è possibile che il vulnus non si rimargini più. Ecco perché il manager deve essere umile, ma determinato, deve saper ascoltare, avere grandi doti relazionali, saper fare squadra – anche nei confronti della proprietà – ed essere in grado di mettersi in discussione.

 

Anche i manager devono curare la propria formazione: in che modo ALDAIFedermanager li sostiene?

Sono convinto che serva puntare sulla formazione continua, in particolare su quella esperienziale. La rivoluzione industriale in corso coinvolge tutti i dirigenti, imponendo ai Senior di aggiornarsi e ai più giovani di farsi attori e promotori di questa nuova ondata tecnologica.

Come ALDAI-Federmanager, oltre a proporre formazione mirata, promuoviamo i percorsi di Federmanager Academy, la ‘scuola gestita dai manager per i manager’ che intendono riqualificarsi in maniera efficace, acquisendo le skill necessarie in un’ottica di lifelong learning: l’Academy ha già certificato le competenze di oltre 300 manager sui temi dell’innovazione, delle reti d’impresa, del temporary e dell’internazionalizzazione, a cui si è appena aggiunto quello della sostenibilità.

Sono iniziative che permettono la crescita dei manager, con l’obiettivo che il dirigente diventi il vero protagonista del cambiamento. Come anticipato, sono convinto che i manager siano la spina dorsale del Paese e il fattore chiave del successo delle imprese, chiamate a cavalcare la rivoluzione che l’Industria 4.0 sta inevitabilmente portando con sé.

 

Altra azione importante sviluppata dalla Federazione è l’attività svolta nei confronti di stakeholder come il Ministero dello Sviluppo Economico: è recente l’introduzione dei voucher per l’Innovation Manager…

Senza manager e senza una nuova cultura d’impresa è difficile far crescere l’economia. E oggi abbiamo bisogno di esperti per gestire l’innovazione, come più volte ribadito dalla nostra Federazione che è in prima linea su questo tema. Quanto proposto dal Mise dimostra come sia universamente condiviso che i manager siano fondamentali per lo sviluppo delle aziende, perché, nello specifico, gli Innovation Manager mettono a disposizione le proprie competenze per trasformare l’azienda. L’Industria 4.0 non può esaurirsi con il solo cambio di macchinari: prima è necessario risolvere le inefficienze, altrimenti il rischio è di digitalizzare processi inefficienti.

 

Nel suo ‘programma di presidenza’ ha parlato anche di intelligenza collettiva: che cos’è?

È innegabile che non si possa conoscere tutto, ma pure che tutti sappiano qualcosa; il vero sapere appartiene all’umanità nel suo complesso ed è per questo che dalle relazioni tra le persone nasce l’intelligenza collettiva. Tradotto nella pratica quotidiana, ciò significa che non si può più immaginare di sviluppare l’innovazione da soli. È necessario che aziende, associazioni, enti, università, ecc. lavorino in modo coeso per innovarsi, mettendo a fattor comune le proprie competenze e puntando sul merito, cioè mettendo le persone giuste al posto giusto. Ritengo questo un elemento strategico per la crescita e lo sviluppo del Paese.

 

Nei suoi interventi, tra cui gli editoriali pubblicati sulla rivista Dirigenti Industria, ha evidenziato più volte l’importanza per i manager di essere più leader e meno capi: cosa vuol dire?

Il manager deve imparare a essere più leader, per creare un ambiente sereno e tranquillo che faciliti l’aumento della produttività. Il leader è chi, con l’esempio e l’autorevolezza, guida il team: è un atteggiamento formativo più efficace di tanti discorsi. Senza però dimenticare che il manager deve essere in grado di coinvolgere, motivare le persone spiegando loro il senso dell’azione e anche delegare; questo vuol dire investire sulle relazioni e lavorare sulla comunicazione perché le informazioni devono circolare in modo trasversale a ogni livello e il dirigente deve garantire che ciò avvenga sistematicamente.

 

Facciamo un esempio concreto di intervento manageriale rispetto allo Smart working, una modalità di lavoro ancora poco diffusa in Italia, ma che suscita molto interesse. In che modo i manager possono favorire l’adozione del lavoro agile?

Oggi è fondamentale lavorare per obiettivi e scardinare le logiche legate alla cultura della presenza e del controllo delle persone. Purtroppo ancora oggi in molte PMI e non solo la presenza è, ancora per certi versi, più importante di altri indicatori di performance. Un manager, con la fiducia dell’imprenditore e un mandato chiaro, deve poter agire senza interventi che ne ostacolino l’azione e dimostrare quindi che i risultati sono più importanti della presenza fisica dei collaboratori.

Se si introduce un manager è necessario lasciare che gestisca le attività, senza interferenze che ne possano compromettere il risultato. Il vero cambiamento avviene quando l’imprenditore è in grado di fare un passo indietro rispetto agli aspetti operativi. Capisco che si tratti di un passaggio molto delicato e non semplice, perché da qui si definisce anche la nuova identità dell’imprenditore stesso.

 

Immaginiamoci di essere nel 2021, data in cui scadrà il suo mandato. Quali i risultati che immagina di aver ottenuto?

Di certo saremo di fronte a un’evoluzione positiva, visto che tutti gli stakeholder stanno lavorando con impegno e oltre al traguardo della digitalizzazione, tra i nostri obiettivi, oggi come domani, c’è quello di portare la nostra associazione a giocare un ruolo da protagonista nei tavoli decisionali del territorio e i manager a essere parte attiva nella cabina di regia.

Sono certo che ALDAI-Federmanager sarà ancora in prima linea e continuerà a promuovere e puntare sulla crescita culturale delle imprese, per ottenere lo sviluppo e la crescita del Paese. Non a caso siamo a favore delle grandi opere, perché storicamente è dimostrato che dove si costruiscono le infrastrutture si sviluppa l’economia. Ma per lo sviluppo serve anche la stabilità politica: gli imprenditori hanno bisogno di regole, di garanzie e di costi certi, senza subire le scelte ideologiche dei continui cambi di Governo. Serve riportare l’attenzione sull’interesse generale e sul bene comune, superando gli individualismi e valorizzando la centralità della persona, mettendo l’uomo al centro in un nuovo umanesimo tecnologico.

 

Quale la ‘ricetta’ che suggerisce per una pronta ripresa dell’Italia?

Oggi più che mai abbiamo un gran bisogno di una visione strategica e sistemica del Paese insieme con certezze e stabilità politica. Lo chiedono le imprese, che stanno vivendo la sfida di una rapidissima innovazione tecnologica che mette in discussione modelli produttivi e organizzazione del lavoro. Lo chiedono i manager, chiamati oggi a fronteggiare e cavalcare l’onda di una rivoluzione digitale inarrestabile, in un contesto in cui ben il 46% delle aziende lamenta una mancanza di competenze idonee a gestirne la portata.

ALDAI-Federmanager resterà il punto di riferimento di manager e aziende, relazionandosi e collaborando con tutti gli stakeholder del territorio per innovare, ascoltare, costruire e promuovere azioni condivise di lungo termine. Diventa quindi necessario abbandonare politiche industriali conflittuali e personalismi per favorire quel senso di cooperazione e regolamentazione che invece può e deve rafforzarci. Riprendendo Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”.

Dario Colombo

Dario Colombo, laureato in Scienze della Comunicazione e Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano, è caporedattore della casa editrice Este. Giornalista professionista, ha maturato esperienze lavorative all’ufficio centrale del quotidiano online Lettera43.it dove si è occupato di Economia e Politica, e nell’ufficio stampa del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane.

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