Nuova via della seta, un accordo che nasconde pericolose conseguenze

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Durante la visita di Xi Jinping a Roma, l’Italia ha firmato un Memorandum of Understanding (Mou) con il quale aderisce al progetto Belt and Road Initiative (BRI) – la Nuova via della seta – promosso dal Presidente della Cina a partire dal 2013. La firma ha creato tensioni sia con Bruxelles sia con Washington.

Il Governo italiano ha sottolineato come il nostro Paese non sia però stato il primo in Europa a firmare un accordo di questo tipo, ma non si può negare che la firma italiana non sia un fatto nuovo: si tratta del primo Paese fondatore dell’Unione europea a farlo e il primo membro del G7. Vediamo brevemente quali possono essere le implicazioni politiche ed economiche di questa firma.

Piano per finanziare le opere

La BRI è un progetto strategico di lungo periodo che Pechino ha deciso di sviluppare per diverse ragioni. Nel 2013 erano ancora in discussione progetti come il Transatlantic Trade and Investment  Partnership (TTIP) e la Trans-Pacific Partnership (TTP) che vedevano la Cina esclusa vuoi per motivi geografici (TTIP) vuoi per scelte strategiche degli Stati Uniti (il TTP include molti Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico a esclusione del Dragone).

La Cina sentiva quindi il bisogno di una strategia economico-diplomatica che la aiutasse a consolidare i rapporti con i suoi Paesi partner. L’avvento dell’amministrazione Trump ha messo il TTP e il TTIP in un cassetto (anche se di TTIP si è ricominciato di recente a parlare) e ha lasciato la BRI come unica ‘novità’ sul tavolo. La BRI è importante per la Cina perché aiuta a consolidare e stabilizzare i rapporti con una parte importante del mondo, Asia in primis, ma poi anche Europa e Africa, e a mettere in sicurezza le rotte dei traffici commerciali cinesi sia in entrata sia in uscita.

Pur non essendoci mai stata una lista ufficiale dei Paesi coinvolti nella BRI, si è passati da una sessantina a oltre 100 coinvolti. Qualcuno ha paragonato la BRI a un nuovo Piano Marshall che può servire a un rilancio dell’economia di molti Paesi in difficoltà. In realtà si tratta di politiche molto diverse. Il Piano Marshall si basava molto su grants – merci concesse gratuitamente agli Stati aderenti – quindi finanziamenti a fondo perduto, e lasciava ampia discrezionalità ai Paesi coinvolti nella gestione dei finanziamenti.

La BRI è invece si basa su loans, quindi su prestiti finalizzati a opere che sono nell’interesse anche (a volte soprattutto) della Cina. Gli aspetti economici, commercio e investimenti sono sicuramente al centro della BRI, ma altrettanto importanti sono i risvolti politici che portano Pechino ad aumentare la sua centralità nel mondo, portando quella che è la sua visione della globalizzazione meno incentrata sulle imprese e più sui Paesi.

Tensioni tra Pechino e Washington

La firma dell’Italia è avventa in un momento complesso per la BRI. Dopo una prima accoglienza sostanzialmente positiva da parte di moltissimi Paesi, le perplessità sono cominciate a crescere. Alcuni Stati conivolti non sono riusciti a ripagare i debiti e si sono visti costretti a cedere le infrastrutture finanziate alla Cina, come è avvenuto per il porto di Hambantota nello Sri Lanka. Altri hanno deciso di ridurre la loro partecipazione.

In Malesia, per esempio, è stato fortemente ridimensionato un progetto di sviluppo ferroviario finanziato da Pechino. Inoltre, la firma del Mou dell’Italia è avvenuta in un momento di forte tensione tra Cina e Stati Uniti e questi ultimi hanno visto l’accordo come una rottura di una sorta di fronte comune che, nella loro visione, dovrebbe contenere l’espansione cinese.

E le preoccupazioni non possono che essere aumentate quando Roma, unico rappresentante insieme con il Regno Unito, si è astenuta in sede di Consiglio europeo sulla approvazione del nuovo framework sullo screening degli investimenti diretti esteri in Europa (azione di cui l’Italia era stata promotrice, seppur con il Governo precedente) che, pur non citandola espressamente, vedeva come preoccupazione principale la Cina.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di maggio 2019 di Sistemi&Impresa.
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Giorgio Prodi

Giorgio Prodi è Docente di Economia e Management presso l’Università di Ferrara e presso la Bologna Business School.

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