Aruba punta sul cloud, da Ponte San Pietro a Varsavia

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Secondo una recente ricerca, su 300 Piccole e medie imprese, il 56% si è detta pronta per investire nei data center. Cosa sono e a cosa servono questi ‘contenitori’ di dati l’abbiamo chiesto ad Aruba, il maggior player del settore in Italia. Un data center è formato sostanzialmente da una serie di ‘armadi’, i rack, al cui interno sono allineati i server che elaborano le informazioni.

I dati delle aziende sono custoditi in questi luoghi “sempre accessibili ai clienti, ai quali assicuriamo il massimo della sicurezza”, spiega Gabriele Sposato, Direttore Marketing di Aruba Business. “Il nostro plus è la ridondanza: ogni elemento ha il suo doppio per garantire che non ci siano interruzioni nel funzionamento né la perdita di dati”. Oggi l’azienda in Italia ha due data center ad Arezzo, da dove è partita negli Anni 90, uno a Milano e uno a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, da poco inaugurato.

Durante l’edizione milanese di Smau 2017, invece, ha annunciato l’apertura di un altro sito a Varsavia nel solco della spinta verso l’internazionalizzazione, come testimonia l’attuale attività del brand in oltre 30 Paesi. L’apertura del nuovo data center in Polonia, infatti, rappresenta una scelta logica in ottica di sviluppo dell’azienda, che ha rafforzato la propria posizione nel mercato interno per più di due anni.

Dall’ ingresso nel mercato polacco, Aruba Cloud ha infatti acquisito quasi 15mila clienti: “Abbiamo deciso di investire in Polonia per diventare il punto di riferimento per i mercati del Centro ed Est Europa, un’area che si sta dimostrando sempre più attenta al settore IT, in particolare ai servizi cloud”.

Il campus in provincia di Bergamo

Lo scopo di Aruba non è solo quello di avere un luogo fisico dove custodire i dati, ma anche uno spazio di incontro per le persone. In quest’ottica è stato sviluppato il Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro, un campus al cui interno, oltre alla ‘sala macchine’, ci saranno uffici e un co-working, un auditorium, il tutto nel rispetto dell’ambiente, sfruttando la vicina centrale idroelettrica. Il campus, infatti, nasce in un’area di 200mila metri quadrati, dove, fino al 2007, aveva sede lo storico cotonificio Legler, affacciato sul fiume Brembo, che rischiava di diventare l’ennesimo ‘scheletro’ dell’era post industriale.

Per realizzare il progetto ci vorrà ancora qualche anno, ma dell’area sono già stati aperti40mila metri quadrati: “Dall’inaugurazione a ottobre abbiamo già riempito il 60% del data center. Il nostro obiettivo è che questo sito diventi un luogo di scambio di informazioni non solo tramite il nostro data center, ma che possa essere di stimolo per la ricerca e per lo sviluppo di idee e progetti”.

Al momento l’impianto occupa 100 persone, tra cui anche alcuni ex-manutentori del cotonificio. A pieno regime i lavoratori potrebbero diventare 1000, a seconda di quante aziende affideranno ad Aruba la gestione dei servizi in outsourcing.

Enterprise e internazionalizzazione

Con le nuove aperture di Ponte San Pietro e di Varsavia, Aruba punta sui servizi evoluti per l’enterprise: “Con queste aperture vogliamo diventare il player di riferimento anche per le aziende di fascia più alta”, spiega Sposato. Senza dimenticare le PMI: “Sul territorio italiano sono fondamentali i partner di Aruba Business che ci aiutano a veicolare la conoscenza, a fare consulenza e innovazione. I partner hanno un ruolo decisamente strategico, soprattutto in questo momento storico in cui c’è maggiore apertura da parte delle aziende alle soluzioni ibride, a differenza delle startup che nascono già in cloud”.

Complice l’avvio nel 2018 del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), Aruba prevede un trend di crescita molto positivo nel prossimo anno. L’azienda, infatti, è tra i membri fondatori del CISPE, la rete europea di fornitori di cloud, una coalizione di oltre 15 realtà: “I nostri servizi garantiscono sicurezza e trasparenza e grazie alla presenza in tutto il mondo con i nostri otto data center siamo in grado di garantire agli utenti la libertà di scegliere in quale luogo conservare i propri dati”. Ma le aziende italiane sono pronte a mettersi in pari con la normativa europea? Sposato è positivo: “Non ancora, ma le imprese ci stanno lavorando e fino a maggio 2018 c’è ancora tempo”.

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