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Imprenditorialità e creazione di valore: il potenziale delle imprese familiari

Imprese familiari
Attive in quasi tutti i settori dell’economia, le imprese familiari costituiscono la forma di istituzione economica più diffusa al mondo e rappresentano circa i due terzi delle imprese esistenti. Nella maggior parte dei Paesi occupano tra il 50% e l’80% degli addetti e contribuiscono a generare circa il 50% del Prodotto interno lordo mondiale (Family Firm Institute, 2018). L’incidenza delle imprese familiari è significativa anche tra le organizzazioni di grandi dimensioni. Considerando le sole aziende con un fatturato annuo superiore a 1 miliardo di dollari, le imprese familiari costituiscono il 33% del totale negli Stati Uniti e il 40% in Francia e in Germania. Le grandi aziende familiari sono ancora più diffuse in Asia, dove in molti Paesi superano il 50% del totale delle grandi imprese (BCG, 2016). In Italia si stima che le imprese familiari siano circa l’85% del totale e occupino circa il 70% degli addetti. L’incidenza delle aziende familiari nel nostro Paese è in linea con quella che si registra nelle altre principali economie europee, come in Germania (90%), Spagna (83%), Francia (80%) e Regno Unito (80%). Rispetto a queste ultime, tuttavia, le imprese familiari italiane si caratterizzano per un minore ricorso a manager esterni: solo il 34%, contro il 74% della Francia e il 90% del Regno Unito. Le imprese familiari italiane si contraddistinguono anche per la longevità: tra le prime 100 aziende più antiche al mondo, ben 15 sono italiane. E tra le 10 più antiche tuttora in attività, cinque sono italiane (EY, 2014; AIDAF, 2018): Fonderie Pontificie Marinelli (anno di fondazione: 1000), Barone Ricasoli (1141), Barovier & Toso (1295), Torrini (1369) e Marchesi Antinori (1385).

Dai margini della teoria economica al crescente interesse

Imprese familiariNonostante la loro diffusione e il loro peso nell’economia, le imprese familiari hanno storicamente occupato uno spazio relativamente modesto nella teoria economica. Considerate come una forma d’impresa tipica delle prime fasi del capitalismo, sono state spesso considerate nelle epoche successive come istituzioni tradizionali difficilmente in grado di attrarre i capitali e i talenti necessari per competere con successo. Secondo molti storici economici e teorici dell’impresa del XX secolo, i motori del capitalismo moderno sono le public company, poiché dotate di un’ampia capacità di finanziamento e sono gestite da manager esterni qualificati (i knowledge worker, secondo l’espressione di Drucker, 1959). Chandler (1977) osservava che le public company traggono rilevante vantaggio dalla possibilità di raccogliere capitali sui mercati finanziari; tuttavia si è dimostrata errata la previsione secondo cui le public company avrebbero nel tempo relegato le aziende familiari ai margini dell’economia moderna. Negli ultimi 20 anni l’interesse verso le imprese familiari è cresciuto in modo considerevole. In molte università del mondo sono stati attivati programmi accademici sul ‘family business’ e si sono moltiplicate le riviste e gli articoli scientifici attorno a questa categoria di impresa. In particolare, riprendendo la tassonomia introdotta da Sharma (2004), sono quattro le scale o i livelli di analisi ai quali gli studiosi delle imprese familiari si confrontano: individuale, interpersonale o di gruppo, organizzativo, sociale o ambientale. Negli studi a livello individuale, una particolare attenzione è stata dedicata ai fondatori delle imprese familiari e alla loro capacità di influenzare la cultura interna e le performance aziendali. Nei lavori alla scala interpersonale o di gruppo, grande interesse hanno ricevuto gli studi sulle tipologie di conflitti che nascono in seno alle imprese familiari e i lavori sul passaggio generazionale. A livello organizzativo, il dibattito si è concentrato sulle risorse distintive dell’impresa familiare, sulla corporate governance, sulla strategia (anche di internazionalizzazione), sulla capacità innovativa e sulla struttura proprietaria e finanziaria. Infine, i ricercatori si sono principalmente dedicati a fare emergere l’elevata diffusione delle imprese familiari nei vari Paesi e la loro rilevanza economica e sociale. Ne emerge, in estrema sintesi, una forma d’istituzione economica fondamentalmente al riparo dalle principali insidie del capitalismo moderno: la prospettiva di breve periodo e i problemi di agenzia (ossia il disallineamento negli obiettivi tra la proprietà dell’impresa e lo staff manageriale). Inoltre le imprese familiari hanno imparato nel corso della storia a far fronte ai propri punti di debolezza (l’esigenza del mantenimento del controllo, la capacità imprenditoriale e di innovazione) e a far leva sui propri punti di forza (una cultura interna profonda e pervasiva, una base stabile di dipendenti, l’ampia credibilità, l’agilità nel prendere decisioni). Dalla letteratura emerge, tuttavia, anche il problema della successione: solo il 30% delle imprese familiari sopravvive nel passaggio dalla prima alla seconda generazione; solo il 12% sopravvive nel passaggio dalla seconda alla terza generazione; solo il 3-4% arriva alla quarta generazione (PwC, 2007).
L’articolo completo è pubblicato sul numero di Novembre-Dicembre 2018 di Sistemi&Impresa. Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

family business, imprenditorialità, imprese familiari, passaggio generazionale