La cultura italiana come espressione del Made in Italy

Made in Italy

In un suo editoriale pubblicato su Sistemi&Impresa (maggio 2023), Chiara Lupi ha perfettamente descritto i problemi che interesseranno il Made in Italy e il futuro dell’industria italiana, in relazione all’avvento e alla straordinaria diffusione delle tecnologie informatiche e digitali, concludendo che “le fabbriche del futuro dovranno essere ecosistemi multiculturali aperti alla sperimentazione”.

La cultura italiana dovrà svolgere una influenza fondamentale sull’“Italian way of doing industry e sui relativi modelli organizzativi per adeguarli alle nuove tecnologie, come ha precisato Federico Butera nel suo ultimo saggio Disegnare l’ItaliaProgetti e politiche per organizzazioni e lavori di qualità (Egea Milano 2023).  Secondo Chiara Lupi si dovrà ripensare lo stesso modo “di progettare e di produrre in una ottica sostenibile”, ricordando al proposito la volontà politica che ha addirittura modificato il dicastero dello Sviluppo Economico in Ministero delle imprese e del Made in Italy.

In realtà il significato di Made in Italy è molto più sofisticato di semplice prodotto realizzato con manifattura tipicamente italiana. Il significato del Made in Italy ripropone in termini storici quello che fu lo spirito rinascimentale che rese celebri le botteghe d’arte toscane, sorte dal nulla, dove allora, con spirito creativo e innovativo, artigiani e artisti insieme realizzavano oggetti caratterizzati da una bellezza tipica dell’arte e destinata a essere celebrata nel mondo e nei secoli. Uno spirito del tutto italiano oggi legato a singoli imprenditori che sanno interpretarlo attraverso le loro imprese ripensate alla stessa stregua delle botteghe artigianali. Uno spirito già messo in evidenza da Niccolò Machiavelli, in quel suo splendido trattato che è Il Principe: “E in Italia non manca materia a cui dare ogni forma, qui c’è virtù nelle membra come si vedrebbe se la virtù non mancasse nei capi. Guardate ai duelli e alle disfide, e vedrete quanto gli italiani siano superiori in fatto di forza, di destrezza, di ingegno: eppure, appena si passa agli eserciti, ecco che sfigurano.”

La cultura del saper fare all’italiana

Insomma, il Made in Italy mi sembra sia in realtà un qualcosa di indefinibile, un cocktail di genio, intelligenza, sensibilità, curiosità, gusto, bellezza, tradizione, storia, tutte manifestazioni spirituali che rappresentano il  Dna del nostro popolo sin dall’antico rinascimento, un cocktail che in definitiva possiamo definire come cultura, che si manifesta prevalentemente nella lingua, nelle arti, nella letteratura nel pensiero che il mondo ci invidia, tuttavia mai codificato come espressione fondamentale di un ‘made’ realizzato in una nazione priva di materie prime, ma capace di sapersi rinnovare e innovare alla costante ricerca di una sempre nuova bellezza  da esportare alla stregua di un vero e proprio servizio che a buona ragione, possiamo definire ‘Cultura Made in Italy’.

Una cultura fatta di “unicità, bellezza e saper fare”, come esposto nella presentazione del convegno FabbricaFuturo, dove si precisa “più che un modo di produrre è cultura, modo di essere, orgoglio di saper far bene”, sottolineando l’importanza anche dell’assistenza e dei servizi postvendita.

Una cultura che indubbiamente deve “creare una via italiana per fare impresa” come da me auspicato in un articolo che inaugurava l’edizione italiana della mitica MIT Sloan Management Review al fine di coniugare le esperienze classiche manageriali degli Stati Uniti, nate sotto l’egida delle nuove tecnologie informatiche e digitali ormai in fase di dominio assoluto in tutte le organizzazioni e la nostra cultura imprenditoriale che sa ancora di rinascimento, fatta di capacità innovativa, di eleganza e buon gusto, di alta qualità artigianale, di assistenza al cliente, doti assolutamente uniche e difficilmente imitabili.

Una cultura in grado di riscoprire quel fantastico tesoro costituito da un fattore umano dotato di una intelligenza, una sensibilità, una intraprendenza che sa di storia e interpreta alla perfezione il distico pascoliano “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico”. Una cultura che sa implementarsi ascoltando il territorio e i soggetti che lo vivono in grado di assimilare le nuove forme di diffusione della conoscenza per dar vita a vere e proprie «imprese-enciclopedia» (Dioguardi, 2023), in grado di esprimere forti sinergie per superare le difficoltà e le turbolenze dello scenario di terzo millennio.

Esportare il Made in Italy

Un nostro grande scrittore, Italo Calvino, ebbe una felice intuizione di esportare il nostro ‘metodo’ del sapere cultuale in una prestigiosa sede: l’università di Harvard, dove era stato invitato il 6 giugno 1984, unico pensatore italiano, a sostenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures.  Le sue Lezioni Americane (Milano 1988) costituiscono una esemplare rappresentazione di cosa si possa o si debba intendere per ‘Cultura made in Italy’. Cultura in senso letterario, ma non solo, perché il discorso è riferibile a un vero e proprio metodo di ripensare idee volte a definire sentimenti d’arte, partendo dall’ipotesi che “Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”, come lo scrittore conclude, con la ”molteplicità”, i suoi Six Memos for the next Millennium. Aveva scritto cinque (ipotizzandone sei o sette o otto) proposizioni (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità), riservandosi di definire la sesta – consistecy – nella stessa Harvard.

Le lezioni di Italo Calvino rappresentano un concentrato di ‘Cultura made in Italy’ da diffondere in un mondo sempre più oscuro e ormai incapace di avvertire e conservare i valori fondamentali dell’esistenza. E al proposito vorrei ricordare un altro grande letterato, Aleksandr Solženicyn che, invitato nel 1978 nella stessa Università bostoniana di Harvard, pronunciò un suo Discorso sul tema “Un mondo in frantumi” ancora oggi profondamente da meditare: “ …il declino del coraggio è nell’Occidente d’oggi forse ciò che più colpisce, … il declino del coraggio è stato sempre considerato, sin dai tempi antichi, il segno precorritore della fine”, e, fra le cause della crisi emergente, “è noto perfino in biologia: condizioni troppo favorevoli non sono vantaggiose per gli esseri viventi.

E oggi è nella vita della società occidentale che il benessere ha cominciato a rivelare il suo volto funesto” e anche “le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi” ,e quindi la denuncia sul politically correct: “in Occidente … viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi … lo spirito dei vostri ricercatori è si libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero di moda”. Situazioni queste che hanno portato alla crisi della cultura occidentale e con essa l’appiattimento del mondo con la globalizzazione e la perdita della propria identità, la crisi delle utopie e dell’immaginario.

La forza di reagire per un nuovo rinascimento

Su queste situazioni così drasticamente denunciate è indispensabile ritrovare la forza di reagire nel ricordo di Karl Popper: “Noi possiamo fare qualcosa per il futuro. Forse possiamo fare poco, ma ciò che possiamo fare dobbiamo farlo.” (IN Società aperta, Universo aperto,1983). Un significativo suggerimento ci viene ancora dal passato, dall’Ottocento con una invocazione esplicita di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, argomento diventato nel Novecento oggetto di studio sistematico tanto che il celebre fisico inglese Paul Dirac (1902-1984) ha scritto una serie di saggi e di riflessioni in un libro dal titolo emblematico, La bellezza come metodo.

Il Made in Italy ha saputo interpretare la bellezza come espressione della cultura nelle arti e nella letteratura attraverso una imprenditorialità innovativa che ci appartiene, riproponendo valori in grado di infondere nuova spiritualità al mistero dell’esistenza: cerchiamo di salvaguardarlo con tutte le nostre forze perché, come avvenne nel rinascimento contro l’oscurità dei secoli bui, possa proprio dall’Italia ridare forza e coraggio all’intero mondo occidentale.

Italianità, made in Italy, Manifattura italiana


Gianfranco Dioguardi

Gianfranco Dioguardi è Presidente onorario della Fondazione Dioguardi e Professore Ordinario di Economia e Organizzazione Aziendale presso il Politecnico di Bari

FabbricaFuturo è il progetto di comunicazione rivolto a tutti gli attori del mercato manifatturiero (responsabili delle direzioni tecniche, imprenditori e direzione generale, responsabili organizzazione e HR) che ha l’obiettivo di mettere a confronto le idee, raccontare casi di eccellenza e proporre soluzioni concrete per l’azienda manifatturiera di domani.

Nasce nel 2012 dalla rivista Sistemi&Impresa come reazione alla crisi finanziaria del 2011. Negli anni il progetto è cresciuto significativamente, parallelamente alla definizione di politiche pubbliche in ambito industria 4.0 (Piano Calenda e successivi).
Oggi FabbricaFuturo affronta i temi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per offrire alle aziende gli strumenti per affrontare le sfide nella fabbrica di domani.

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