Manifattura, il modello emiliano come motore della ripartenza

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Con grande lungimiranza nel 2013 siamo partiti proprio da Bologna per avviare un dibattito sull’evoluzione dell’industria manifatturiera.

Iniziamo dai fatti: il Piano Industria 4.0 ha rappresentato un forte acceleratore e i risultati si sono manifestati innanzitutto nella crescita interna del mercato delle macchine utensili (nella tappa di Bologna di Fabbrica Futuro 2018 Ucimu è stato presente come partner) e della robotica.

Emilia-Romagna come motore della ripresa

FabbricaFuturo resta – anche dopo cinque anni – un progetto territoriale e a Bologna la giornata è stata aperta con una focalizzazione sulle potenzialità del ‘modello emiliano’. In cosa consiste questo modello? La sua pecularità, come ha spiegato Flaviano Celaschi, Professore Ordinario di Disegno Industriale all’Università di Bologna, è che le varie identità del territorio hanno deciso di non correre da sole, ma di agire a livello di sistema per stimolare i processi di innovazione.

Come ha scritto il professore in un articolo pubblicato sul numero di Maggio 2018 di Sistemi&Impresa, il Financial Time ha definito l’Emilia-Romagna ‘engine of recovery, il motore della ripartenza dell’economia italiana. Lo sviluppo emiliano, infatti, interessa non solo l’Italia: anche all’estero è tenuto in forte considerazione la crescita di questo territorio, che Celaschi ha definito “ragguardevole”: “Qui c’è ancora una manifattura ricca, che ha aiutato la ripresa del modello”.

Da queste riflessioni l’evento ha permesso l’analisi del modello industriale dell’Emilia-Romagna e delle sue potenzialità, anche alla luce dei percorsi di innovazione tecnologica che si possono intraprendere.

Investimento nelle competenze

La crescita deve essere supportata da competenze e questa è la nostra nota dolente: un’inchiesta del Corriere della Sera ha calcolato che mancano 150mila tecnici, attualmente ne abbiamo 10.447 iscritti alle nei 95 ITS italiani mentre le Fachschulen tedesche superano il milione di iscritti. Quale la risposta delle imprese italiane? A Bologna ne abbiamo parlato con i rappresentanti di Cefla, Orogel, Tellure Rota, Cft, Bonfiglioli, Iemca ed Evoca

Si tratta di aziende che hanno compreso il valore della persona, lavorando anche alla costruzione di un legame di fiducia tra gli attori. Ed è, anche, di questo nuovo legame tra persone e azienda che si deve occupare il sindacato, il primo ad avere un ruolo nel costruire una dimensione partecipativa differente, all’interno della quale i lavoratori devono essere considerati stakeholder dell’azienda.

Sul tema perdita di posti di lavoro a causa dell’introduzioni di robot o della sempre più spinta automazione, Nicola Alberta, Segretario Nazionale di FIM Cisl, ha spiegato che le “aziende chiudono non perché non fanno investimenti in tecnologia, ma perché non sanno tenere il passo sulle competenze“: “Le aziende emergenti competono soprattutto sul rapporto con la clientela: le competenze richieste sono sempre più complesse”. Quindi Alberta ha aggiunto: “In questi anni – soprattutto di crisi – hanno retto meglio le aziende che hanno fatto investimenti in tecnologia e che hanno fatto internazionalizzazione e non solo export all’estero”.

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