Il digitale potenzia il saper fare artigiano

Tags: artigianato, digitale, manifattura, servitizzazione

L’economia del nostro Paese porta nel suo Dna una dimensione artigiana fortemente caratterizzante. Il saper fare italiano, che ha le sue origini nelle botteghe rinascimentali, ha dato origine al Made in Italy che si è imposto sulla scena internazionale. Siamo stati capaci di trasmettere nei secoli tradizioni che tutt’ora contraddistinguono la nostra manifattura, tra le più apprezzate al mondo.

I nostri territori, con le loro imprese, hanno contribuito a mantenere vivo un tessuto economico e sociale alimentato da professionalità, competenze e capacità di visione che hanno generato un modello economico unico. Un modello che è stato investito ora dall’onda digitale che impone all’industria, alle PMI e a tutto il comparto dell’artigianato di ripensare prodotti, servizi, relazioni con clientela e modelli di business.

La nostra manifattura sta vivendo un cambio di paradigma: le produzioni in serie lasciano il posto a personalizzazioni di massa, i clienti possono decidere come configurare il prodotto che andranno ad acquistare e le tecnologie digitali stanno contribuendo a disintermediare sia la progettazione sia il processo di acquisto. Una sfida che la nostra manifattura sta cercando di cogliere e che può rappresentare una straordinaria opportunità anche per il nostro artigianato, che non può esimersi dal confrontarsi con l’innovazione trainata dalle tecnologie digitali: produzioni personalizzate, creazione di nuovi servizi da agganciare ai prodotti, apertura ai mercati internazionali rappresentano nuovi scenari, generativi di straordinarie opportunità per mestieri tramandati di generazione in generazione.

In un momento storico nel quale l’analogico si fonde con il digitale, lo studioso Luciano Floridi – come ha dichiarato nell’intervista pubblicata sul numero di giugno-luglio 2019 della nostra rivista Sviluppo&Organizzazioneci esorta a valorizzare il nostro ‘capitale semantico’ e cioè l’insieme di conoscenze, informazioni, esperienze che danno significato alle nostre imprese. E non solo i grandi possono guadagnarsi spazio nell’arena competitiva, perché le tecnologie digitali aprono nuove opportunità anche per il nostro artigianato, che rappresenta un patrimonio denso di conoscenze, contenuti, saperi.

Il capitale semantico e le competenze

Francesco Teti nella bottega

Una sfida difficile da cogliere, che in molti casi rappresenta anche una scelta di vita. Come il caso di Francesco Teti, che ha respirato tutta la vita l’aria della bottega artigiana del padre, una coltelleria nel centro di Catanzaro. Un negozio storico, la cui apertura risale alla fine degli Anni 40 e rilevata dal padre negli Anni 80. Una bottega dove il genitore ha lavorato fino agli ultimi giorni della sua vita affilando e vendendo coltelli, anche da collezione, e che ora il figlio desidera far rinascere. Quella ragione di vita che ha portato il padre ad aprire ogni giorno il negozio, anche superati gli 80 anni, ha rappresentato per il figlio il desiderio di mantenere viva la memoria di un mestiere artigiano, quello dell’affilatura dei coltelli, che rischierebbe altrimenti di andare perduto.

“Provare a fare l’artigiano significa riappropriarmi di una spiritualità perduta – racconta Teti –, calarmi in un mestiere che mi riporta all’essenza della vita, a ciò che realmente conta”. Il senso di queste parole ci riporta al desiderio di valorizzare il ‘capitale semantico’ di cui ci ha parlato Floridi. La motivazione personale, il capitale semantico, va però accompagnato da altri strumenti, dai quali non si può prescindere per sviluppare una dimensione artigiana all’interno di un mondo guidato oggi dalle logiche della trasformazione digitale.

Innanzitutto servono competenze per tradurre in azioni concrete, e spendibili sul mercato, cambi di modelli di business dai quali l’artigianato non può rimanere escluso. Se la dimensione artigiana può rappresentare il desiderio di abbracciare una filosofia di vita, è vero però che passione e desiderio devono essere accompagnati da percorsi formativi e dal sostegno della dimensione associativa che, nelle regioni del Sud, dovrebbe far sentire con maggiore forza la sua vicinanza. Per governare la trasformazione digitale e metterla al servizio degli artigiani del nuovo millennio servono competenze da mettere a disposizione del territorio. Passare da una logica di vendita del prodotto alla vendita di un servizio, da proporre online, richiede un set di competenze alle quali gli artigiani che lavorano con il digitale devono poter attingere.

Teti ha molte idee, che hanno bisogno di professionalità specifiche per essere messe in pratica. “Dallo sviluppo di una piattaforma di ecommerce fino alla possibilità di personalizzare i manici dei coltelli che potrebbero essere prodotti direttamente in negozio con una stampante 3D, le potenzialità dell’attività sono immense”, ci racconta. Il percorso di ‘servitizzazione’ è già avviato. La coltelleria, oltre al servizio di affilatura e alla vendita di lame, coltelli, accessori per cucina, rifornisce privati e negozianti, negozi all’ingrosso e GDO e ha iniziato a proporre un servizio di affitto dei coltelli.

L’artigiano deve essere accompagnato in questa evoluzione

Antica mola per affilatura

Come ha ribadito Mario Rapaccini, Professore di Gestione dell’Innovazione presso l’Università di Firenze, nell’ambito di una tappa di FabbricaFuturo (evento promosso dalla casa editrice ESTE), non esiste prodotto che non possa essere servitizzato. Una sfida da cogliere, dunque, ma il nostro mondo artigiano ha bisogno di essere accompagnato. La loro capacità di produzione del valore, in questa fase che è più corretto definire di evoluzione più che di ‘disruption’, dipende dalla possibilità di intercettare conoscenze in grado di indirizzare correttamente conoscenze e investimenti, che rischiano ancora di far paura. Il sistema non può pretendere che tutti abbiano il coraggio di Teti, che pare oggi incarnare il valore del benessere creato attraverso la dimensione produttiva artigiana, per come ce lo aveva prospettato il sociologo americano Richard Sennett.

Teti parte dalla ristrutturazione del negozio, dalla creazione di un ambiente che coniuga tradizione e innovazione e che ha l’ambizione di essere identificato come luogo da cui si irradia la cultura legata al mondo della coltelleria. In una dimensione in cui si è diffusa una cultura dell’usa e getta, è importante invece recuperare il senso riposto nel valore intrinseco di un oggetto. Da qui anche l’idea di Teti di valorizzare pezzi unici, coltelli incastonati in manici prodotti con legni pregiati, che il cliente può personalizzare.

La sfida del futuro sarà intercettare una clientela sempre più internazionale, grazie allo sviluppo di una piattaforma di ecommerce progettata per dare un impulso al business che superi i confini del territorio. Terminata la ristrutturazione della bottega, Teti è ora impegnato nella creazione di partnership con attori del territorio per trasferire il valore intrinseco, la qualità e affidabilità di oggetti che incarnano storia, saperi, tradizioni.

Per immaginare il futuro, bisogna collocarlo in una dimensione visiva, dice convinto. Per questo ha investito per ridare vita a un luogo dove può ancora sentire l’energia che il padre gli ha lasciato in eredità. “Qui viviamo e da qui dobbiamo ripartire”, afferma. Le nostre istituzioni dovrebbero dedicare più attenzione a chi investe nella cultura artigiana. Dallo sviluppo di business come questi dipende la sopravvivenza dei nostri tessuti urbani, dal coraggio dei piccoli imprenditori la garanzia di poter tramandare alle generazioni future una capacità di fare che non potrà mai essere incarnata da un robot. O sviluppata da un algoritmo.

Chiara Lupi

Chiara Lupi ha collaborato per un decennio con quotidiani e testate focalizzati sull’innovazione tecnologica e il governo digitale. Nel 2006 sceglie di diventare imprenditrice partecipando all’acquisizione della ESTE, casa editrice storica specializzata in edizioni dedicate all’organizzazione aziendale, che pubblica le riviste Sistemi&Impresa, Sviluppo&Organizzazione e Persone&Conoscenze. Dirige Sistemi&Impresa e pubblica dal 2008 su Persone&Conoscenze la rubrica che ha ispirato il libro uscito nel 2009 Dirigenti disperate e Ci vorrebbe una moglie pubblicato nel 2012.Le riflessioni sul lavoro femminile hanno trovato uno spazio digitale sul blog www.dirigentidisperate.it. Nel 2013 insieme con Gianfranco Rebora e Renato Boniardi ha pubblicato Leadership e organizzazione. Riflessioni tratte dalle esperienze di ‘altri’ manager.

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